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martedì 26 gennaio 2016

The Squiddi's effect

Ormai rassegnata alla triste evidenza di non aver, nemmeno quest'anno, ricevuto in dono da Babbo Natale l'apparato riproduttivo della Hunziker, tantomeno il suo metabolismo, sto continuando a seguire la dieta a basso contenuto di zuccheri, gusto e soddisfazione.

Magra consolazione, il lieve calo di appetito, unico, per ora, effetto collaterale della metformina, insieme a qualche trascurabile fastidio intestinale.

Ad essere onesta, non so se il fatto che io non mi avventi più sul cibo con la voracità con cui mi avventerei sul Robert Redford di Come Eravamo sia una reale controindicazione del Glucophase o, semplicemente, una conseguenza della mancata predisposizione delle mie ghiandole salivari ad eccitarsi di fronte al colore verde, unico pigmento concesso agli alimenti che posso ingurgitare senza limiti di sorta, fatto sta che la mini porzione settimanale di pasta manco m'annava.

Mangio per tenermi in piedi ed evitare che le montagne russe insulinemiche mi tarlino le ovaie più di quanto non abbiano già fatto.

Scoprire l'insulinoresistenza dopo tre anni, un'operazione e 5 stimolazioni più o meno invadenti su rapporti mirati tristi e perlopiù forzati, un po' avvilisce. Soprattutto quando di martedì avanzi già 6 ore di sonno e il ciclo si trascina via quelle poche energie che avevi deciso di canalizzare e razionare con criterio.

Per esempio, in preda ai consueti deliri di onnipotenza della domenica sera, quelli generati dai sensi di colpa per i bagordi del fine settimana, avevo deciso di riprendere l'allenamento aerobico con il programma Wii fit. Poi ho scoperto che Penelope, famelica pure lei, s'è mangiucchiata il cavo. Il tempo impiegato da Amazon per farmene recapitare uno nuovo e già la motivazione iniziale è vergognosamente scemata.

Intanto sul mio conto manca ancora lo stipendio di dicembre. Di per se questa non sarebbe una gran novità se non fosse che stavolta non c'è ancora traccia nemmeno della busta paga.

Sono preoccupata, molto stanca e molto verde.

Di questo passo diventerò magrissima, nasissima e verdissima come Squiddi.




lunedì 7 dicembre 2015

Regressioni

Le mie altalene emozionali subiscono diversi tipi di forze, endogene ed esogene. Gli ormoni, in primis. La PMS è la principale responsabile dei mali che trafiggono la mia anima. Poi c'è il meteo. Il grigiore dei lunghi inverni, la pioggia, il freddo e i venti svegliano demoni assopiti. Infine c'è il lunedì che ha lo stesso, o quasi, potenziale distruttivo del premestruo. Reggere il carico di questa negatività è spesso impresa impossibile e se durante gli altri giorni cerco di mantenere un apparente, precario equilibrio barcamenandomi tra impegni, pensieri, regole e omissioni e galleggiando alla meno peggio sull'immenso mare di merda che è attualmente la base della mia esistenza, il lunedì no. Il lunedì non ce la faccio.

Certe volte mantenere la presa fa più male che lasciarsi andare. Invano tento di risollevare il mio umore da terra, invano provo a scacciare domande senza risposta che generano ansie, incertezze, frustrazioni.

La diretta conseguenza è un clima teso, un'atmosfera irrespirabile e un tracollo violento e improvviso di quello status così faticosamente raggiunto a forza di sacrifici, rospi ingoiati, siringoni d'ottimismo e gioia di vivere.

Il fatto è che sono sola. E per la prima volta in vita mia sento il peso di questa condizione tutta sulle mie spalle. Sul petto, anzi. Subito sotto lo sterno dove nascono i respiri, dove si piazzano i magoni, dove, a ben vedere, ha origine la sofferenza.

Di lunedì torno a chiedermi se ce la faremo mai. Se riusciremo mai ad essere felici come, in fondo, meritiamo entrambi, nonostante le reciproche mancanze, i dissapori, nonostante l'amaro retrogusto di un incubo che non sembra voler finire.

Non riesco più a sorridere, non sorrido da più di un mese. Quei sintomi fisici, figli della depressione, che avevo orgogliosamente e faticosamente debellato stanno tornando, uno a uno. Il cuore manca qualche battito oppure esagera, quasi come a vibrare. I crampi mi attanagliano, spasmi notturni ai piedi. Lo stomaco si chiude, brucia e si contorce. I mal di testa annebbiano la vista e confondono i pensieri.

Sono poco lucida. Non mi piaccio, non ne vado fiera ma non ho quasi più armi. Ne sono uscita una volta, non so come farò adesso, non so cosa ne sarà di me. Non posso combattere ancora, da sola. Eppure, in qualche modo, devo. Eppure questa condizione, in qualche modo, dovrà finire. Vorrei che anche lui raggiungesse questa consapevolezza, vorrei lottasse per noi, per la famiglia che abbiamo sempre desiderato, per il come potrebbe essere, per il nostro potenziale d'amore per ora sprecato, agonizzante, quasi esanime, in quello stesso mare di merda dove, non senza difficoltà, galleggio io.

domenica 27 settembre 2015

Il colpo basso della vigilia

Parlo poco e scrivo ancora meno. Più che il blocco della scrittura ho il blocco delle emozioni. Il mio psaico, se ancora fosse parte della mia vita, sono certa non approverebbe quest'ascetismo sentimentale. Ma è una comoda trincea e io mi ci sistemo dentro alla perfezione.

Non fosse altrimenti non sarei riuscita ad accusare un altro colpo che per, per la verità, è riuscito ad oltrepassare le barriere emozionali sconvolgendo i fragili equilibri quotidiani così faticosamente mantenuti nel mio bozzolo provvisorio.

Mia cognata aspetta il secondo figlio.

E la notizia è arrivata per vie traverse, ufficiose, fumose, ipocrite. Mio marito non ha avuto tatto nel dirmelo e io, esclusa da queste emozioni, ho trattenuto a stento le lacrime.

L'assenza di tempismo continua ad essere il leitmotiv della mia vita. Sì perché domani, lunedì 28 settembre, inizierà il mio percorso. Quello più duro. Incontrerò Sboccaccio, sarà il nostro terzo appuntamento. Dalla laparoscopia sono passati sei mesi, sei cicli, sei speranze sempre meno consistenti, sempre più fumose. Ed ora è tempo di decisioni.

Avrei voluto fare il pieno di energie e ottimismo ma la realtà m'ha sbattuto in faccia, ancora una volta, la mia diversità.

Guarda quanto devi faticare, Princess. Guarda invece com'è semplice essere normale. 

D'altro canto la scorsa settimana ho avuto conferma dei miei sospetti.

Quando tuo malgrado entri a far parte di una categoria impari a interpretare segnali per gli altri oscuri o poco rilevanti e riconosci i tuoi simili. Un po' come quando i cani s'odorano il culo, perdonate il paragone poco fine.

Sto parlando di Capetta che ha avuto la sua bambina a 40 anni, oltrepassando un inferno fatto di visite, analisi e referti nefasti. Nove fibromi, problemi tiroidei, una FIVET, nove mesi di riposo assoluto e, guarda un po', l'MTHFR mutato in omozigosi.

A suo modo ha cercato di farmi forza. L'ho apprezzato molto perché solo chi è nella tua stessa situazione può arrogarsi il diritto di entrare in punta di piedi nel tuo intimo e darti consigli.

Per la prima volta in tre anni di ricerca spasmodica e disperata sento le energie venir meno. E la voglia pure. Forse è solo l'ansia della vigilia che, inconsciamente, sto cerando di combattere con l'indifferenza e abbassando le aspettative. Forse sono davvero troppo stanca e troppo sola. Forse non sono pronta. Forse non lo si è mai.

lunedì 31 agosto 2015

La prova e il mantra

Quando cerchi un figlio che ha perso la via del tuo utero impari, per spiriro di sopravvivenza, a riconoscere la potenzialità imbarazzante di certi appuntamenti fissi cui devi presenziare.
Pranzi di famglia, amici che non vedi da tempo, neoappanzate che muoiono dalla voglia di infierire sul tuo ventre piatto con frasi inopportune, cermonie.

Battesimi e matrimoni godono, per loro stessa natura, dell'ex aequo sul podio.

Dopo tre anni riesci a mantenere un invidiabile aplomb inglese mentre le budella ti si aggrovigliano. Il lacrimotto che allo stato embrionale ti ingolfa la gola non riesce più a far vibrare le corde vocali rendendo la voce instabile e traballante.

Il sollievo d'aver schivato un altro colpo basso svanisce quando qualche idiota più caparbio di altri insiste sullo stesso argomento, approfittando d'una falla nel tuo comportamento, d'un tono sbagliato, d'uno sguardo assente. Così quella frase bannata dalle infertili di buona speranza inizia il suo inarrestabile tichettìo, pronta ad esplodere col suo immenso potenziale distruttivo, letale.

Non posso avere figli.

Ho resisitito, ancora. Anzi, ho fatto di meglio. Ho affrontato un grande, piccolo, meraviglioso e terribile nemico. Quella terza figlia dell'amico A. che credevo spettasse a me, di diritto. Porta il nome d'una principessa e mi adora. Lei che sono infertile non lo sa, che darei qualsiasi cosa per essere madre non lo sa, che è stata una prova non lo sa. S'è limitata a sorridere beandosi delle mie attenzioni.

L'energia che questo nuovo lavoro mi ha restuito si sta affievolendo e questa mattina quell'orribile senso di vuoto è tornato a riprendersi buona parte della me che stimo, adoro, compiaccio.

Mi sento sola. E faccio fatica.

L'ennesima ripartenza settembrina mi spaventa. Un po' come il nuovo anno. Non voglio avere aspettative ma non posso fare a meno di pensare al prossimo appuntamento in clinica, al percorso che un po' bramo un po' scaccio e che mi attende lì, alla fine d'un viaggio introspettivo durissimo che mi ha reso più forte ma anche più consapevole, più matura ma anche più insofferente.

Più egoista. Più me.

Con qualsiasi mezzo, basta che funzioni è il motto che ho eletto a mia rappresentanza all'inizio di quest'anno. Me lo ripeto a mo di mantra, non posso farmi sfuggire proprio adesso quello che, così faticosamente, sono diventata. Non posso rimandare un sorriso a domani, non posso rinunciare ad essere felice.  

martedì 21 luglio 2015

Il rosso e il nero

Non è che me la faccio prendere bene quando vedo la prima macchia rossa su mutanda intonsa. No. Non ho ancora raggiunto quell'invidiabile livello di sticazzismo che mi consentirebbe di andare avanti con la mia vita come se nulla fosse, come se non fossero quasi tre fottuti anni che sto provando ad avere un minimo, timidissimo ritardo.

No. Non me la faccio prendere bene. Me la faccio prendere a cazzo ma faccio in modo che depressione, rabbia, invidia, teorie cospirazioniste non mi convincano a lanciarmi sotto la prima metro che passa. Dopo 16 minuti di attesa e svariati santi scomodati inutilmente.

Che vojodì già il calo di ormoni ti trasforma in una gallina dislessica con le occhiaie e le piume impregnate d'olio, non si può mica pretendere che faccia i salti i gioia. O che non desideri la morte di tutti quelli che me l'hanno tirata. Perché ci sono, lo so. Esistono.

Stamattina avevo così voglia di fare outing che mi sfogata con collega Enne a cui avevo deciso di non rivolgere più la parola dopo che m'ha lasciata sola con un mare di lavoro. Avevo bisogno che qualcuno mi dicesse qualcosa di intelligente e confidavo nella sua sensibilità. Non sono rimasta delusa. Non sa lavorare ma psicanalizza che manco Sciattaman. E sono convinta porti bene. Dunno why.

Il mio vestito nero largo sul culo et qvindi ideale per occultare il Lines notte ombelico - osso sacro ha suscitato, ironia della sorte, l'attenzione di tutti. La Ele ha chiamato la Ma' che ha chiamato la Lì. Un summit sulla mia eleganza. Enne, più terra terra, mi ha fato notare che entrambe eravamo vestite di nero. Speriamo non sia un cattivo presagio, ha detto. Collega C., il gigante siculo ombroso e cupo a tratti simpatico, mi ha chiesto se fossi in lutto. Un mezza specie, ho risposto.

giovedì 23 aprile 2015

La merdaviglia

Allora com'è andata questa laparoscopia?

Bene, doc. O male. Dipende dai punti di vista. Le tube ... erano tappate, tappatissime.

Ah!

Eh ...

Ma ... l'sterosalpingografia del settembre 2013 allora?

E' proprio quello che vorrei chiederle ... com'è possibile?

Silenzio

Silenzio

Silenzio

Lo guardo, mi guarda. La sua faccia è tonda, somiglia a un pomodoro, e che dita corte che hai, doc!.

La laparoscopia serve proprio a questo, in effetti. Scoprire anomalie che gli altri esami diagnostici non sono in grado di individuare. E poi le tube so' affarini delicati, possono ritapparsi ... certo in un anno e mezzo ... beh è strano

Lo dicevo io, sono un'aliena.

Controlliamo la tua riserva intanto. Vediamo quanti anni hanno le tue ovaie.

E' uscito fuori che sono ventisettenni arzille e piene di follicoli.

Sarebbe il caso di dirlo a tutti quelli che mi danno della vecia solo perché vado a letto presto e ho una cifra di capelli bianchi.

Io sono giovine dentro, signor giudice! Chiamo il doc. Sboaccio a testimoniare, che si metta tutto a verbale!

Non mi aspettavo una decisione diversa da quella che il capo dei capi delle passere ha preso anche se, sono onesta, speravo mi inseminasse subito, pure solo col pensiero tipo Marge Simpsons quando viene rapita dagli alieni.

Sei barra sette mesi di nuoto libero, poi i soldatini verranno prelevati, i miei ovi pure e faranno all'amore in vitro. Sotto gli occhi di tutti.

La data è gennaio 2016, che a me pare lontanissima e vicinissima.

Non l'ho presa bene.

Sarà che il ciclo, col suo solito tempismo di merda, è tornato 5 minuti prima dell'inizio della visita portandosi definitivamente dietro entusiasmo, speranze e voglia di vivere.

Sarà che lo stipendio non arrriva.

Sarà che la vita non è un film ma, certe volte, pare una di quelle sit-com ammeriggane in cui pare che tutto possa andare meravigliosamente bene e poi, all'improvvismo, smerda.

E così, a chi mi chiede come va, rispondo mentalmente: una merdaviglia, grazie!

giovedì 27 novembre 2014

L'avvelenata

Sapete qual è il mio modesto, ininfluente non richiesto (al pari del vostro, del resto) parere? E' che se le cose vanno male, vanno male. E se le cose vanno male io non me ne faccio niente dei il meglio deve ancora venire, sii fiduciosa, porta pazienza. Mai pretendere pazienza a una che la pazienza non gliel'hanno proprio montata. A una che condivide la sua vita co' l'ansia, da sempre. Non è che 'sta cosa cambierà solo perché tu, ottimista col culo dell'altri, mi vieni a spiattellare il tuo inutile, perbenista, scontato e forse pure ipocrita consiglio da rigatterie di speranze a prezzo discount. Per quello ci sono le fortune-teller. Se non sono mai andata da loro non vedo perché
dovrei dar credito a te.

Lo so. Sono un'ingrata, una piagnucolosa inetta che non prende il mondo di petto, una che aspetta, semplicemente, che la fortuna giri. Una che non apprezza quello che ha.

Sarà vero, cazzo ne so io. Non ho il tempo ne la voglia ne le energie per pormi pure questo problema esistenziale.

Però so per certo che se penso alla fame nel mondo non è che me migliora l'umore. A limite mi deprimo di più. Se penso ai bambini africani, ai terremotati dell'Aquila, a quelli che se guardano Maria de Filippi non mi sento meglio.

Voglio lamentarmi, urlare, disperarmi, prendere a pugni un sacco da boxe con su la faccia di quelle meravigliose persone che si sono impegnate pure l'anello della prozia per rendere la mia vita un fottuto inferno.

Voglio gridare al mondo che io NON ME LO MERITO. Che questa è un'ingiustizia bella e buona e che questi tre anni di passione a me, indietro, non li ridà nessuno.

Sono incazzata, asociale, acida, sociopatica, depressa. Sono un soggetto da cui stare alla larga. Non avvicinatevi, non tiratemi su il morale. Non ci riuscireste e io non ho bisogno.