Parlo poco e scrivo ancora meno. Più che il blocco della scrittura ho il blocco delle emozioni. Il mio psaico, se ancora fosse parte della mia vita, sono certa non approverebbe quest'ascetismo sentimentale. Ma è una comoda trincea e io mi ci sistemo dentro alla perfezione.
Non fosse altrimenti non sarei riuscita ad accusare un altro colpo che per, per la verità, è riuscito ad oltrepassare le barriere emozionali sconvolgendo i fragili equilibri quotidiani così faticosamente mantenuti nel mio bozzolo provvisorio.
Mia cognata aspetta il secondo figlio.
E la notizia è arrivata per vie traverse, ufficiose, fumose, ipocrite. Mio marito non ha avuto tatto nel dirmelo e io, esclusa da queste emozioni, ho trattenuto a stento le lacrime.
L'assenza di tempismo continua ad essere il leitmotiv della mia vita. Sì perché domani, lunedì 28 settembre, inizierà il mio percorso. Quello più duro. Incontrerò Sboccaccio, sarà il nostro terzo appuntamento. Dalla laparoscopia sono passati sei mesi, sei cicli, sei speranze sempre meno consistenti, sempre più fumose. Ed ora è tempo di decisioni.
Avrei voluto fare il pieno di energie e ottimismo ma la realtà m'ha sbattuto in faccia, ancora una volta, la mia diversità.
Guarda quanto devi faticare, Princess. Guarda invece com'è semplice essere normale.
D'altro canto la scorsa settimana ho avuto conferma dei miei sospetti.
Quando tuo malgrado entri a far parte di una categoria impari a interpretare segnali per gli altri oscuri o poco rilevanti e riconosci i tuoi simili. Un po' come quando i cani s'odorano il culo, perdonate il paragone poco fine.
Sto parlando di Capetta che ha avuto la sua bambina a 40 anni, oltrepassando un inferno fatto di visite, analisi e referti nefasti. Nove fibromi, problemi tiroidei, una FIVET, nove mesi di riposo assoluto e, guarda un po', l'MTHFR mutato in omozigosi.
A suo modo ha cercato di farmi forza. L'ho apprezzato molto perché solo chi è nella tua stessa situazione può arrogarsi il diritto di entrare in punta di piedi nel tuo intimo e darti consigli.
Per la prima volta in tre anni di ricerca spasmodica e disperata sento le energie venir meno. E la voglia pure. Forse è solo l'ansia della vigilia che, inconsciamente, sto cerando di combattere con l'indifferenza e abbassando le aspettative. Forse sono davvero troppo stanca e troppo sola. Forse non sono pronta. Forse non lo si è mai.
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domenica 27 settembre 2015
martedì 9 giugno 2015
L'equilibrista
Archiviata un'orribile decade strapiena di impegni, lavoro e nuove responsabilità mi appresto a una lenta ripartenza. Il mio organismo è ancora in fase di rodaggio nonostante sia martedì. Del resto il primo giorno della settimana fa schifo, si sa, ma pure il secondo non scherza.
Ho scoperto ieri di avere diritto ad una settimana di ferie a Ferragosto. Forse anche di una seconda ma le variabili sono ancora troppo variabili per poterlo persino ipotizzare. Avere diritto a uno stop lavorativo non pagato è come avere diritto alla disoccupazione. Non ha senso. Queste, dopotutto, sono le regole e a queste, di malavoglia, mi adeguo.
I pomeriggi lavorativi con collega Effe assumono contorni sempre più grotteschi, tutto sommato divertenti. Per interrompere i lunghi silenzi intervallati soltanto dal ticchiettio isterico di tastiere usurate ha deciso di dedicarmi canzoni, una in particolare: Lauretta mia. Ovviamente la dedica non sarebbe tale se Effe non avesse cura di sostituire, in luogo del nome originale, una storpiatura amichevole, quasi affettuosa, del mio.
Collega Enne ha deciso per la terza volta in quattro mesi, ovvero da quando la conosco, di porre fine al suo malato rapporto con A., sposato con prole. La moglie li ha scoperti. Riscoperti, per la precisione. Così lei, visibilmente stanca d'indossare messaline vesti, l'ha scaricato addirittura rassicurando le legittima compagna circa la sua indiscussa proprietà. Come se un anello nuziale facesse la differenza. Come se, a dispetto di quanto cantava Nicola di Bari, il cuore non fosse uno zingaro.
La piccola Giù, invece, ancora ingnara del doppio tradimento di cui è vittima, pare ce la stia mettendo tutta per rinascere. Ha riscoperto le vecchie amicizie, il rossetto rosso e l'ombelico al vento. Revival, quest'ultimo, che io onestamente mi sarei risparmiata. Ma tant'è.
Fino a qualche anno fa non avrei mai immaginato di vivere tutto questo. In una manciata di tempo ho dovuto capire cosa significa crescere. Le esperienze vissute da spettatrice o protagonista mi hanno scombussolata, segnata, cambiata.
Gli equilibri che cambiano sono complessi da affrontare ma una volta che torni a camminare su una fune, forte d'una certa sicurezza, nessuno, forse, può tirarti più giù.
Ho scoperto ieri di avere diritto ad una settimana di ferie a Ferragosto. Forse anche di una seconda ma le variabili sono ancora troppo variabili per poterlo persino ipotizzare. Avere diritto a uno stop lavorativo non pagato è come avere diritto alla disoccupazione. Non ha senso. Queste, dopotutto, sono le regole e a queste, di malavoglia, mi adeguo.
I pomeriggi lavorativi con collega Effe assumono contorni sempre più grotteschi, tutto sommato divertenti. Per interrompere i lunghi silenzi intervallati soltanto dal ticchiettio isterico di tastiere usurate ha deciso di dedicarmi canzoni, una in particolare: Lauretta mia. Ovviamente la dedica non sarebbe tale se Effe non avesse cura di sostituire, in luogo del nome originale, una storpiatura amichevole, quasi affettuosa, del mio.
Collega Enne ha deciso per la terza volta in quattro mesi, ovvero da quando la conosco, di porre fine al suo malato rapporto con A., sposato con prole. La moglie li ha scoperti. Riscoperti, per la precisione. Così lei, visibilmente stanca d'indossare messaline vesti, l'ha scaricato addirittura rassicurando le legittima compagna circa la sua indiscussa proprietà. Come se un anello nuziale facesse la differenza. Come se, a dispetto di quanto cantava Nicola di Bari, il cuore non fosse uno zingaro.
La piccola Giù, invece, ancora ingnara del doppio tradimento di cui è vittima, pare ce la stia mettendo tutta per rinascere. Ha riscoperto le vecchie amicizie, il rossetto rosso e l'ombelico al vento. Revival, quest'ultimo, che io onestamente mi sarei risparmiata. Ma tant'è.
Fino a qualche anno fa non avrei mai immaginato di vivere tutto questo. In una manciata di tempo ho dovuto capire cosa significa crescere. Le esperienze vissute da spettatrice o protagonista mi hanno scombussolata, segnata, cambiata.
Gli equilibri che cambiano sono complessi da affrontare ma una volta che torni a camminare su una fune, forte d'una certa sicurezza, nessuno, forse, può tirarti più giù.
domenica 31 maggio 2015
Chiodi fissi e chiodi scacciati
Collega Enne m'ha regalato una blusa di Mango, color champagne, con un grande fiocco sul bavero, abbastanza larga da nascondere la panzetta da uso improprio di carboidrati e cioccolato. L'ho indossata oggi, abbinata a un paio di orecchini in stile lampadario bohmien. Nonostante mi si addica molto di più lo stile Carfagna da deputato che quello retrò, mi trovo carina.
A ridosso dell'ennesimo periodo ovulatorio disegno cuoricini sull'agenda mentre amiche e conoscenti danno alla luce pargoli concepiti quando io già mi smutandavo, speranzosa e sovraccarica di illusioni, davanti a luminari della medicina della (mancata) riproduzione.
La sensazione di essere imprigionata in un ciclo che si ripete sempre uguale a se stesso è, più che una sensazione, un certezza.
Ma io vado avanti.
Stamattina, durante un mini rinfresco di commiato, il tappo d'un Fanciacorta ha urtato il mio gomito e la mia responsabile, solitamente restia a manifestazioni di stima e affetto, ha intinto i polpastrelli nello spumante caduto sulla scrivania e me li ha passati dietro le orecchie, come buon augurio.
A tre mesi e mezzo dal mio debutto lavorativo inizio a sentirmi parte di un gruppo, peccato che anche questa (finora) bella esperienza abbia una data di scadenza.
In ogni caso il mio vecchio lavoro mi manca di meno. Le scale di fianco la mensa, la risata di collega Cì, la voce nasale di collega V. iniziano ad avere contorni sfumanti, ad essere ricordi privi di risentimento, solo un poco nostalgici.
Alle barzellette del sosia di marrabbio di kiss me Licia si sono sostituite le paranoie di Effe, convinto, tra le altre cose di cui qui e qui, che il responsabile del cancro sia l'industria petrolchimica. Le sue fissazioni sono, forse, meno divertenti delle irriverenti battute di marrabbio ma senz'altro anche meno sconce, sessiste e, in taluni casi, imbarazzanti.
Questo improvviso disincanto per quello che credevo fosse il lavoro perfetto è, forse, la prova che il comune detto chiodo scaccia chiodo non è ad uso esclusivo delle relazioni amorose ma si applica anche alle altre incombenze della vita quotidiana.
Certo, dubito ci sia qualcosa in grado di scacciare il chiodo fisso della gravidanza ma, non so perché, sono convinta che il tempo possa curare o, meglio, riempire anche questo vuoto.
Nel frattempo vivo. Libera dalle attese. Libera, finalmente.
A ridosso dell'ennesimo periodo ovulatorio disegno cuoricini sull'agenda mentre amiche e conoscenti danno alla luce pargoli concepiti quando io già mi smutandavo, speranzosa e sovraccarica di illusioni, davanti a luminari della medicina della (mancata) riproduzione.
La sensazione di essere imprigionata in un ciclo che si ripete sempre uguale a se stesso è, più che una sensazione, un certezza.
Ma io vado avanti.
Stamattina, durante un mini rinfresco di commiato, il tappo d'un Fanciacorta ha urtato il mio gomito e la mia responsabile, solitamente restia a manifestazioni di stima e affetto, ha intinto i polpastrelli nello spumante caduto sulla scrivania e me li ha passati dietro le orecchie, come buon augurio.
A tre mesi e mezzo dal mio debutto lavorativo inizio a sentirmi parte di un gruppo, peccato che anche questa (finora) bella esperienza abbia una data di scadenza.
In ogni caso il mio vecchio lavoro mi manca di meno. Le scale di fianco la mensa, la risata di collega Cì, la voce nasale di collega V. iniziano ad avere contorni sfumanti, ad essere ricordi privi di risentimento, solo un poco nostalgici.
Alle barzellette del sosia di marrabbio di kiss me Licia si sono sostituite le paranoie di Effe, convinto, tra le altre cose di cui qui e qui, che il responsabile del cancro sia l'industria petrolchimica. Le sue fissazioni sono, forse, meno divertenti delle irriverenti battute di marrabbio ma senz'altro anche meno sconce, sessiste e, in taluni casi, imbarazzanti.
Questo improvviso disincanto per quello che credevo fosse il lavoro perfetto è, forse, la prova che il comune detto chiodo scaccia chiodo non è ad uso esclusivo delle relazioni amorose ma si applica anche alle altre incombenze della vita quotidiana.
Certo, dubito ci sia qualcosa in grado di scacciare il chiodo fisso della gravidanza ma, non so perché, sono convinta che il tempo possa curare o, meglio, riempire anche questo vuoto.
Nel frattempo vivo. Libera dalle attese. Libera, finalmente.
martedì 19 maggio 2015
Dignità e esoterismo
Il telefono trilla incessantemente da questa mattina. Alle otto e trentadue, quando ancora l' 80% dei romani sta imprecrando contro il traffico, il semaforo, le buche o qualche pizzardone e il restante 20% è al bar o alla macchinetta, ho dovuto affrontare la prima emergenza del giorno, con l'aggravante di essere completamente sola causa malanno mattutino della mia responsabile.
E' curioso come in certe giornate l'analfebitazzione informatica dell'utente medio risorga improvvisamente dall'oltremondo sconosciuto in cui sonnecchia abitualmente e si palesi in maniera sfacciata, impertinente e superba.
Fracassando le palle a me.
Me la sto cavando bene ma continuo a immaginami immersa tra le pecore delle Highlands scozzesi o a fotografare fiori di Lillà.
Il risultato più soddisfacente è senzadubbio legato alla gestione del mio autocontrollo. Perché la PMS mi tedia con le sue richieste di attenzione tendandomi verso un corportamento oscillante tra disperazione e rabbia. Come al solito, del resto. Se solo mi desse più tempo per godere dei benefici del bilanciamento ormonale. E invece niente, si ripresenta puntuale col buon Leopardi in groppa ogni 28 giorni. O giù di lì. A 'sto giro, quantomeno, sto affrontando la cosa in maniera dignitosa. Per esempio non mi sono toccata le tette manco una volta. Giuro.
Nel frattempo quelli che mi sembravano confini definiti, conosciuti, quasi ormai famigliari tornano ad assumere contorni sfumati e a tratti inquietanti.
Parlo del collega Effe.
Oltre che dalle canzoni di Califano e dalle scie chimiche è pure ossessionato dall'esoterismo.
Durante la pausa macchinetta delle tre parlavamo della macumba fatta a danno di Calderoli da parte del padre dell'ex ministro all'integrazione, Cecile Kyenge. Un ritro tribale che avrebbe provocato non pochi danni al buon leghista che, pentito, ha poi chiesto e ottenuto udienza. E pure una contromacumba.
Le forze del male esistono
Ha sentenziato lui, tacendo le risatine scettiche mie e di Enne.
Poi, un po' come il prete redarguisce i bambini chiassosi in chiesa, ha attaccato un pistolotto su angeli e demoni che Dan Brown l'ha citato in giudizio per violazione del diritto d'autore.
Io comunque mi sono fatta due conti. E sono arrivata alla tragica conclusione che qualche lontano parente della Kyenge deve aver messo la mia foto accanto a quella di Calderoli, al centro d'un falò. Mi toccherà chiedere udienza, perdono e una contromacumba.
E' curioso come in certe giornate l'analfebitazzione informatica dell'utente medio risorga improvvisamente dall'oltremondo sconosciuto in cui sonnecchia abitualmente e si palesi in maniera sfacciata, impertinente e superba.
Fracassando le palle a me.
Me la sto cavando bene ma continuo a immaginami immersa tra le pecore delle Highlands scozzesi o a fotografare fiori di Lillà.
Il risultato più soddisfacente è senzadubbio legato alla gestione del mio autocontrollo. Perché la PMS mi tedia con le sue richieste di attenzione tendandomi verso un corportamento oscillante tra disperazione e rabbia. Come al solito, del resto. Se solo mi desse più tempo per godere dei benefici del bilanciamento ormonale. E invece niente, si ripresenta puntuale col buon Leopardi in groppa ogni 28 giorni. O giù di lì. A 'sto giro, quantomeno, sto affrontando la cosa in maniera dignitosa. Per esempio non mi sono toccata le tette manco una volta. Giuro.
Nel frattempo quelli che mi sembravano confini definiti, conosciuti, quasi ormai famigliari tornano ad assumere contorni sfumati e a tratti inquietanti.
Parlo del collega Effe.
Oltre che dalle canzoni di Califano e dalle scie chimiche è pure ossessionato dall'esoterismo.
Durante la pausa macchinetta delle tre parlavamo della macumba fatta a danno di Calderoli da parte del padre dell'ex ministro all'integrazione, Cecile Kyenge. Un ritro tribale che avrebbe provocato non pochi danni al buon leghista che, pentito, ha poi chiesto e ottenuto udienza. E pure una contromacumba.
Le forze del male esistono
Ha sentenziato lui, tacendo le risatine scettiche mie e di Enne.
Poi, un po' come il prete redarguisce i bambini chiassosi in chiesa, ha attaccato un pistolotto su angeli e demoni che Dan Brown l'ha citato in giudizio per violazione del diritto d'autore.
Io comunque mi sono fatta due conti. E sono arrivata alla tragica conclusione che qualche lontano parente della Kyenge deve aver messo la mia foto accanto a quella di Calderoli, al centro d'un falò. Mi toccherà chiedere udienza, perdono e una contromacumba.
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venerdì 15 maggio 2015
Califano e le scie chimiche
Credevo che il lavoro a ondate fosse un'esclusiva caratteristica del mio vecchio impiego, dove le persone erano note per esercitare il loro sacrosanto diritto di procastinazione delle attività impegnative in favore di quelle ludiche con estrema maestria, salvo poi ritrovarsi con le spine nel culo a due giorni dalle scadenze. A quanto pare, invece, anche da queste parti le giornate intense, durante le quali anche alzarsi spesso per fare pipì viene considerato un gesto sovversivo, si alternano a quelle piatte, noiose, inutili.
Il problema stavolta non è il vizio di rimandare a domani quel che puoi far oggi ma la disorganizzazione, in primis, dei nostri responsabili.
In ogni caso il venerdì pomeriggio è, quasi sempre, piuttosto leggero così io ne approfitto per famigliarizzare con la fauna d'ufficio favorendo quel complesso processo noto come accettazione sociale della novellina all'interno di un gruppo già strutturato. Attività che, modestamente, mi riesce sempre piuttosto bene. Salvo rari casi.
Il collega Effe, unico portarore sano di pistolino all'interno di queste quattro, strette mura, siede dirimpetto a me, è ipocondriaco, fissato con giacche e capelli, palestra e ultime tecnologie. Le sue giornate seguono ritmi serrati. Alla macchinetta, per esempio, va solo due volte. Per il caffè macchiato delle tre del pomeriggio e per lo spuntino serale che può essere dolce o salato ma sempre accompagnato da un orzo lungo.
Ama raccontarmi dei film che guarda, sebbene non si consideri un cinefilo, ama il mare, usa pregare al fine di combattere l'insonnia e mi ha consigliato di fare altrettanto. E' sempre ben informato, predilige gli sport individuali al calcio ma si proclama romanista perchè crede che l'appartenenza territoriale debbe essere vincolante sulla decisione della squadra da tifare.
La sua compagnia è discreta e piacevole. Generalmente taciturno, spezza il silenzio solo con qualche, discutibile a dire il vero, intercalare senza significato tipo eh già, eeeeh che dici?, sei una grande!. Preferibile, comunque, alla scelta, altrettanto frequente, di canticchiare i successi di Califano. Tutto il resto è noia, la sua preferita.
Credevo questo fosse il suo unico, trascurabile difetto fin quando oggi, durante lo spuntino delle sei, con crostatina all'albicocca e orzo alla mano, mi ha parlato per un quarto d'ora delle scie chimiche rivelando la sua terribile natura complottista.
A me sono venute in mente vignette dissacranti. Ma non gliel'ho detto. Il mio avanzamento verso la totale accettazione all'interno del gruppo avrebbe potuto subire un brusco rallentamento.
Il problema stavolta non è il vizio di rimandare a domani quel che puoi far oggi ma la disorganizzazione, in primis, dei nostri responsabili.
In ogni caso il venerdì pomeriggio è, quasi sempre, piuttosto leggero così io ne approfitto per famigliarizzare con la fauna d'ufficio favorendo quel complesso processo noto come accettazione sociale della novellina all'interno di un gruppo già strutturato. Attività che, modestamente, mi riesce sempre piuttosto bene. Salvo rari casi.
Il collega Effe, unico portarore sano di pistolino all'interno di queste quattro, strette mura, siede dirimpetto a me, è ipocondriaco, fissato con giacche e capelli, palestra e ultime tecnologie. Le sue giornate seguono ritmi serrati. Alla macchinetta, per esempio, va solo due volte. Per il caffè macchiato delle tre del pomeriggio e per lo spuntino serale che può essere dolce o salato ma sempre accompagnato da un orzo lungo.
Ama raccontarmi dei film che guarda, sebbene non si consideri un cinefilo, ama il mare, usa pregare al fine di combattere l'insonnia e mi ha consigliato di fare altrettanto. E' sempre ben informato, predilige gli sport individuali al calcio ma si proclama romanista perchè crede che l'appartenenza territoriale debbe essere vincolante sulla decisione della squadra da tifare.
La sua compagnia è discreta e piacevole. Generalmente taciturno, spezza il silenzio solo con qualche, discutibile a dire il vero, intercalare senza significato tipo eh già, eeeeh che dici?, sei una grande!. Preferibile, comunque, alla scelta, altrettanto frequente, di canticchiare i successi di Califano. Tutto il resto è noia, la sua preferita.
Credevo questo fosse il suo unico, trascurabile difetto fin quando oggi, durante lo spuntino delle sei, con crostatina all'albicocca e orzo alla mano, mi ha parlato per un quarto d'ora delle scie chimiche rivelando la sua terribile natura complottista.
A me sono venute in mente vignette dissacranti. Ma non gliel'ho detto. Il mio avanzamento verso la totale accettazione all'interno del gruppo avrebbe potuto subire un brusco rallentamento.
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