Sto cercando di convincermi di essere una persona intelligente nonostante non sia stata in grado di regolare i miei ritmi sonno-veglia, col risultato d'essere stata dilaniata dall'insonnia con una sveglia al canto del gallo e una settimana lavorativa pregna di impegni vecchi e nuovi.
Al nervosismo, al cerchio alla testa e ai sensi ovattati s'è aggiunto l'intenstino gonfio e dolorante che magari con l'insonnia non c'entra una mazza ma con la margherita consumata voracemente un'ora prima di coricarmi sicuramente sì.
L'impresa motivazionale ha subito un'ulteriore battuta d'arresto quando stamattina, al bar, mi sono spalmata su entrambe le mani la nutella del cornetto. Erano così impiastricciate che non sono neppure riuscita a prendere la bustina di zucchero per il caffè. Fortuna che il barista s'è mosso a compassione e, senza che io chiedessi nulla, m'ha allungato due tovaglioli grandi di carta. L'ho ringraziato con la bocca piena perché essere considerata una deficiente non mi era bastato, bisogna sempre superare i propri limiti.
Collega Effe aka la mia Capetta è tornata dall'esilio (perchè dopo la terza settimana d'assenza non sono più ferie). Mi ha raccontato di Minorca, offerto un orzo. Poi ha preteso di essere aggiornata su tutte le attività svolte e in corso. Io, che sono poco tollerante ma assai diligente, ho cercato di farle entrare in quella zucca ricoperta da chioma leonina che è tutto sotto controllo. Tutti siamo utili, nessuno indispensabile.
Nessuna novità ufficiale sul fronte gara, solo chiacchiere da corridoio piuttosto ottimistiche e quindi, con buona probabilità, false.
Del resto io non so cosa sperare. Essere qui a Gennaio significherebbe aver conquistato un'invidiabile stabilità lavorativa e un contratto con qualche tutela in più ma vorrebbe anche dire aver rimandato, ancora, la FIVET, non avere nessuno in pancia e nella mia vita e morire dentro ad ogni ennesimo lieto annuncio di amici e conoscenti.
Forse è il caso che continui a sfogare la mia smania di controllo su armadi, cassetti e pulizie domestiche lasciando che gli eventi decidano per me e sperando che il fato sia un po' più clemente, stavolta.
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lunedì 7 settembre 2015
venerdì 3 luglio 2015
Fauna
Quando ti capita di lavorare per un'azienda che a sua volta presta servizio nella Pubblica Amministrazione, vieni a contatto con un numero paurosamente elevato di referenti o responsabili o, più semplicemente, capi che passano ore, giorni, settimane, mesi a studiare ostacoli in funzione della loro causa a favore dell'ostruzionismo della serenità lavorativa e, quindi, della produttività. Più il tuo knowhow sarà elevato maggiori saranno, sia per quantità che per qualità, le grane che ti tireranno addosso.
Una delle mie responsabili si chiama Lì. E' rossa, lenitgginosa, magrissima. Somiglia a Susan Saradon. Non parla, aggredisce. E lo fa velocemente. Prima che tu possa capire con esattezza cosa cazzo vuole è già sgusciata via, guizzando come un merluzzo in una rete da pesca, lungo i corridoi labirintici che rendono così difficile l'orientamento in questo posto.
Puoi venire - ha detto ieri - ho un problema col banner. Il tempo di alzarmi che aveva già cambiato idea.
Poi ci sono le sue schiave. La Ele somiglia a paperino, cambia umore con la stessa frequenza con cui io tradisco la dieta e, pare, abbia una storia con un musicista squattrinato che, approfittando della sua posizione, sfrutta i suoi denari per la soddisfazione dei propri vizi. Non è felice e si scatta i selfie.
La Ma' è, invece, una signora sorridente giusto un poco supponente, mamma di una dodicenne che adora, complessivamente serena, gentile, accomodante. Fino a quando non le viene chiesto di lavorare.
L'unico uomo è Ste'. Intelligente, smanettone, politicamente impegnato. Un tipo interessante e interessato. Ai cazzi tuoi. Leggenda vuole che nelle sere di luna piena approfitti della tua assenza in ufficio e mentre fai pipì o sorseggi un caffè spii senza vergogna la tua cronologia di uazzapp.
A quattro mesi e mezzo dal mio debutto traccio profili psicologici della complessa e variegata fauna lavorativa che mi circonda nel tentativo, spesso vano, di difendermi e fare bella impressione consapevole di non averne bisogno perché tutti, in fondo, fanno la stessa cosa con me, senza che io me ne renda conto.
La verità, pensavo stamattina, è che siamo troppo concentrati a scrutare gli altri per tornaconto invece che sviluppare empatia, fili emotivi che ci permetterebbero, magari, di vivere più sereni e sentirci più liberi di dire, chessò, alla Lì che se non urla e non smerluzza via dopo aver farfugliato una frase incomprensibile, siamo tutti più felici. E lavoriamo pure meglio.
Una delle mie responsabili si chiama Lì. E' rossa, lenitgginosa, magrissima. Somiglia a Susan Saradon. Non parla, aggredisce. E lo fa velocemente. Prima che tu possa capire con esattezza cosa cazzo vuole è già sgusciata via, guizzando come un merluzzo in una rete da pesca, lungo i corridoi labirintici che rendono così difficile l'orientamento in questo posto.
Puoi venire - ha detto ieri - ho un problema col banner. Il tempo di alzarmi che aveva già cambiato idea.
Poi ci sono le sue schiave. La Ele somiglia a paperino, cambia umore con la stessa frequenza con cui io tradisco la dieta e, pare, abbia una storia con un musicista squattrinato che, approfittando della sua posizione, sfrutta i suoi denari per la soddisfazione dei propri vizi. Non è felice e si scatta i selfie.
La Ma' è, invece, una signora sorridente giusto un poco supponente, mamma di una dodicenne che adora, complessivamente serena, gentile, accomodante. Fino a quando non le viene chiesto di lavorare.
L'unico uomo è Ste'. Intelligente, smanettone, politicamente impegnato. Un tipo interessante e interessato. Ai cazzi tuoi. Leggenda vuole che nelle sere di luna piena approfitti della tua assenza in ufficio e mentre fai pipì o sorseggi un caffè spii senza vergogna la tua cronologia di uazzapp.
A quattro mesi e mezzo dal mio debutto traccio profili psicologici della complessa e variegata fauna lavorativa che mi circonda nel tentativo, spesso vano, di difendermi e fare bella impressione consapevole di non averne bisogno perché tutti, in fondo, fanno la stessa cosa con me, senza che io me ne renda conto.
La verità, pensavo stamattina, è che siamo troppo concentrati a scrutare gli altri per tornaconto invece che sviluppare empatia, fili emotivi che ci permetterebbero, magari, di vivere più sereni e sentirci più liberi di dire, chessò, alla Lì che se non urla e non smerluzza via dopo aver farfugliato una frase incomprensibile, siamo tutti più felici. E lavoriamo pure meglio.
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