Sono sempre stata carina. Tranne nel periodo preadolescenziale non a caso definito da mia zia scimmiesco. Non mi sono mai sentita una figa, nonostante i miei ragazzi si siano sempre prodigati per aumentare la mia autostima.
Ho lavorato e lavoro sulla mia bellezza. Perché una buona base ti garantisce la sufficienza ma gli ottimi voti te li devi sudare. Uso il mascara, i tacchi alti, qualche volta il push-up, mi piastro i capelli, sono a spesso a dieta, mi ammazzo di cyclette. Conosco i miei pregi e li valorizzo, conoscono i miei difetti ma non li nascondo, ci ironizzo su.
A trent'anni raggiungi un buon compromesso, impari a conoscerti, ti accetti.
Fino a quando non incontri lei: la figa vera.
Badate bene, per figa vera non intendo la ragazza di gomma, plateau, cerone in faccia e borsetta Chanel.
La figa vera è bella senza make-up e con le sneakers. Ha la terza naturale, il vitino di vespa, il ventre piatto, le chiappe altezza scapole. La figa vera non è un'oca. Ha una dialettica brillante, è sveglia, simpatica, intelligente, suona uno strumento, parla tre lingue, viaggia da sola, sa far di conto, danza sulle punte. Anche voi sapere fare tutto questo? Beh, lei lo farà meglio. Vi fregherà sempre. La figa vera è sicura di se ma mai superba, modesta ma mai accondiscendente, riservata ma mai timida.
Io di fighe vere ne ho conosciute un bel po'. Sono spesso passata dall'ammirazione allo scetticismo fino a nutrire concreto sospetto riguardo la loro autenticità.
Mi sono chiesta se davvero sono nate così o hanno solo lavorato meglio sulla loro buona base. Se anche loro hanno l'alitosi appena sveglie, il cagotto, il brufolo nel premestruo. Se anche loro fanno gaffe, cadono, sono sgraziate sul sampietrino col tacco 12. Se piangono per amore o ricevono cazziate sul lavoro. Se si sentono sole, inadeguate, brutte.
Quel che so è che le donne competono. Con gli uomini, con i colleghi, con le altre donne, con se stesse. E la competizione, quando non è malata, spesso le sprona, le migliora, le valorizza.
Ma con una figa vera non si compete e, soprattutto, la figa vera non si imita. Imitarla significherebbe arrendersi alla frustrazione, all'insoddisfazione. Significherebbe rinunciare alla parte migliore di noi, quella che ci differenzia e ci rende uniche: l'imperfezione.
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sabato 5 settembre 2015
mercoledì 10 giugno 2015
Il brivido della futilità
Adeguare i propri spostamenti ai sempre più frequenti scioperi dell'Atac significa, il più delle volte, arrivare sul luogo di lavoro con largo anticipo.
In queste occasioni lavorare in centro significa, nel migliore dei casi, alimentare la nutrita lista di cose di cui non abbiamo bisogno ma che vogliamo disperatamente a partire dal momento esatto in cui le adocchiamo in vetrina, nel peggiore dei casi spendere soldi che dovrebbero essere devoluti alla soddisfazione dei propri bisogni primari tipo mangiare, bere, pagare la bolletta elettrica,fare lo smalto semipermanente.
Questa mattina, per esempio, avevo adocchiato un paio di jeans skinny a pois da Ovs, ultima taglia 42. Imploranti e quasi a penzoloni sulla gruccia, richiedevano le mie attenzioni. Li ho provati ma non ho ceduto. Che la mia scelta sia stata dettata dall'improvviso crollo di autostima che mi fa vedere grassa e col culo e i fianchi di Kim Kardashian o dal mantra non ne hai bisogno, non ne hai bisogno, non ne hai bisogno che, pare, aumenti la mia dose di autocontrollo, poco importa. Sono una donna che ha rinunciato ad un acquisto. Sono un'eroina.
Per compensare la rinuncia ho comprato dal solito magrebino appostato a Piazza dei Cinquecento un rimmel L'Oreal introvabile, probabilmente perché fuori commercio da qualche secolo, nelle profumerie. Utile, visto che quello che uso attualmente sta finendo, ma, proprio per questo, poco soddisfacente.
Una riconferma dell'essenziale ruolo che il superfluo occupa nelle nostre vite.
Perchè sì, è molto bello essere padroni dei propri impulsi ma mai quanto cedere ad una tentazione provando il brivido della concessione a se stessi di un piacere futile.
In queste occasioni lavorare in centro significa, nel migliore dei casi, alimentare la nutrita lista di cose di cui non abbiamo bisogno ma che vogliamo disperatamente a partire dal momento esatto in cui le adocchiamo in vetrina, nel peggiore dei casi spendere soldi che dovrebbero essere devoluti alla soddisfazione dei propri bisogni primari tipo mangiare, bere, pagare la bolletta elettrica,
Questa mattina, per esempio, avevo adocchiato un paio di jeans skinny a pois da Ovs, ultima taglia 42. Imploranti e quasi a penzoloni sulla gruccia, richiedevano le mie attenzioni. Li ho provati ma non ho ceduto. Che la mia scelta sia stata dettata dall'improvviso crollo di autostima che mi fa vedere grassa e col culo e i fianchi di Kim Kardashian o dal mantra non ne hai bisogno, non ne hai bisogno, non ne hai bisogno che, pare, aumenti la mia dose di autocontrollo, poco importa. Sono una donna che ha rinunciato ad un acquisto. Sono un'eroina.
Per compensare la rinuncia ho comprato dal solito magrebino appostato a Piazza dei Cinquecento un rimmel L'Oreal introvabile, probabilmente perché fuori commercio da qualche secolo, nelle profumerie. Utile, visto che quello che uso attualmente sta finendo, ma, proprio per questo, poco soddisfacente.
Una riconferma dell'essenziale ruolo che il superfluo occupa nelle nostre vite.
Perchè sì, è molto bello essere padroni dei propri impulsi ma mai quanto cedere ad una tentazione provando il brivido della concessione a se stessi di un piacere futile.
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