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lunedì 4 gennaio 2016

L'impermeabile

Come tradizione impone pagherò lo scotto di questo rientro traumatico almeno fino alla fine della settimana corrente. L'insonnia ha giocato il solito tiro mancino e lo scombussolamento ovarico ha completato il quadro regredendomi allo status di ipocondriaca lagnosa e bisognosa di attenzioni, convinta di aver contratto un intero ceppo di malattie potenzialmente mortali e che l'USI, lamentando un dolore alla spalla da qualche tempo, sia condannato allo stesso nefasto destino: la tomba.

Insomma siamo al solito: moriremo tutti!. E non è divertente pegnente.

Nonostante il suddetto stato psicofisico stamattina ho zittito la sveglia al sesto o settimo rintocco, sono riuscita a rendermi presentabile e ad agganciare, sotto una pioggia scrosciante e con qualche maledizione, il bus delle sette meno dieci.

Abbiamo passato il capodanno nel locale dell'amico libanese. Tra una portata e l'altra la Sister O. s'è fatta scappare qualche bicchere di troppo. Una volta diventava promiscua, ora emotiva. Così s'è messa a piangere sulle note di Io vagabondo perchè la canzone le ricordava l'amico G. (la sister col pisello) illustre assente della serata e reo confesso di essere preda dei fantasmi del passato e di insicurezze esistenziali che lo spingono un giorno a prometterle amore eterno, l'altro a visualizzare e non rispodnere su uazzap.

Prima e dopo la mezzanotte ho ricevuto notizia di due gravidanze, entrambe molto ambite. Sono solita rallegrarmi quando qualche ricercatrice incallita riesce finalmente ad agganciare per le piume la cicogna, stavolta ammetto con rammarico che non è andata così. Sono solo riuscita a pensare resto l'unica stronza con la panza vuota e la cosa, I know, non mi rende onore.

In ogni caso ho dismesso la corazza. Troppo pesante e pure un po' demodè. Quel che mi serve è un impermeabile che mi faccia scivolare addosso pensieri negativi, senso di inadeguatezza, invidie. Magari funzionerà pure meglio, non ci sarà bisogno di accusare i colpi almeno fino a quando qualche goccia si intrufolerà in una falla, raggelandomi.

martedì 15 settembre 2015

In vino veritas

Riccardo ha 36 anni e nessuna scusa. Se non quella di avere un'intelligenza emotiva un po' sopra la media che lo rende sensibile, vulnerabile e perciò incline alle autogratificazioni momentanee e dannose che i benpensanti chiamano, semplicemente, vizi.

Riccardo abusa di alcool. Quando beve diventa logorroico, un poco paranoico ma mai violento. L'alcool, soprattutto, non assopisce i suoi sensi ne rallenta le sue sinapsi.

Ci siamo incontrati in metropolitana, poi sul bus, infine gli ho dato un passaggio a casa. Abbiamo parlato di musica, teologia, fisica. Abbiamo parlato di me. Come quando parti da una voce a caso su Wikipedia e la sua fitta rete di collegamenti ti porta su una pagina già nota ma che non avresti mai pensato di raggiungere così.

Certo che ho la crisi della trentenne perché a trent'anni capisci di essere mortale, senti il peso del limite naturale del libero arbirtrio, fai i conti e impari, per certi versi, ad accettare le aspettitve disilluse dei tuoi vent'anni.

Che rimanga tra me, te e il cruscotto. Queste tue parole mi fanno capire una cosa. Non sei felice.

Hai mai consciuto qualcuno davvero felice?

A ben pensarci no. E chi si autoproclama felice mente.

La felicità è una folata di vento, una scarica fortissima ma fugace di adrenalina. Non dura. Non è fatta per durare. Quella è la serenità.

Io comunque sono stato felice, sì felice!, di aver chiacchierato con te stasera

Anche io. Ma bevi de meno Riccardì.

E tu stai serena, trent'anni sono pochi per rinunciare alle utopie.