lunedì 28 dicembre 2015

Che la forza sia con me

La fede non scivola liscia sull'anulare. Fa un piccolo pit-stop e riparte su spinta, tipo l'Ape verde di nonno Sergio quando s'ingolfava per il freddo. La linea dello zigomo, così faticosamente conquistata a suon di rinunce, s'è addolcita sotto il peso del carboitrato. Cerco di far riemergere le compiante spigolosità a suon di acqua e carbone vegetale ma per il momento la situazione è questa:


Come se i bagordi nalizi non avessero già compromesso irrimediabilmente la mia autostima, il consueto taglio fai-da-te della frangia in eccesso s'è rivelato fallimentare. Paro Fantaghirò con le extention attaccate ad minchiam.

In compenso ho fatto felice mio marito. No, non mi sono concessa a lui cosparsa di zucchero a velo, gli ho fatto l'xbox one per Natale. Trecento pippi e passa pure l'ansia della bolletta dell'Eni. Che a ben pensarci è stata scelta poco saggia, pure quella. Ora passa più tempo in poltrona che a letto e non pienamente soddisfatto dei suoi giochi, ha deciso poco democraticamente di comprarsene un altro.

Intanto, con l'intenzione di riempire l'enorme gap cultural-popolare che separava il mio bagaglio esperienziale da quello dell'umanità tutta ho visto l'intera saga StarWars. Quattro giorni, 7 film, un popcorn jumbo, 15 euro di cinema e sono diventata la terza gemella di Luke Skywalker. Roba che stamane, sul Cotral delle nove in viaggio verso il lavoro, nel dormiveglia di chi ha gioito del letargo festivo e stenta a riabilitarsi all'uso dell'intelletto sapiens, pensavo a ripercorrere l'intera storia, mettendo in fila gli eventi. Sì perché l'USI, cinefilo tradizionalista, mi ha imposto la visione in ordine cronologico, partendo dall'episiodio IV, passando per i primi tre e sparandomi il settimo a conclusione.

Ho ricevuto due tazze da colazione, una scatola di cioccolatini e una candela a forma di pianta grassa dalle sisters. Il cavalletto per la Canon, regalo dell'USI, mi eviterà finalmente arrampicate moleste, piani d'appoggio discutibili (per fotografare la porta di Brandeburgo di notte, per esempio, ho sfruttato un bidone della spazzatura) e accoppiamenti imbarazzanti con sampietrini, aiuole, marmi e pavimenti di vario tipo.

Mi regalerò anche un taglio di capelli per fine anno, perché un fungo atomico su un mappamondo è cattivo auspicio.

giovedì 24 dicembre 2015

La pienezza del sé

La CapaLì mi ha regalato una saponetta artigianale alla lavanda, idratante e calmante. Ho il vago sospetto che il presente contenga un messaggio, manco troppo velato. In barba a qualsivoglia tradizione l'ho usata già oggi, sotto la doccia, nell'apposito contenitore di feltro che, garantiscono le istruzioni, a contatto con la pelle stimola la microcircolazione.

Il ciclo è tornato stamane, non che mi aspettassi ritardi. Io e l'USI abbiamo mollato i rapporti mirati. Che non significa mollare l'idea di avere un figlio, semplicemente non crediamo più ai miracoli e attendiamo, quasi sereni, l'appuntamento con Sboccaccio, nella speranza stavolta non salti.

Ormai avvezza ai tiri sinistri delle mie ovaie ho deciso di ignorare fastidi, dolori, gonfiore e stasera indosserò comunque il vestito color senape, acquistato in preda a mistica ammirazione, in una bancarella di via Lepanto, mentre attendevo scoccasse l'ora dell'appuntamento al patronato, per la firma del contratto.

Sono indeterminata. E' solo una parola e ha pure perso il valore che aveva fino a qualche tempo fa. Ma dopo sei anni di precariato, contratti fuffa firmati persino a cadenza mensile, perdita senza preavviso di un lavoro che amavo, assenza di ferie, malattie, diritti quella piccola, stupida parola per me continua ad avere un grande significato. L'azienda non se la passa bene e sarebbe da ingenui pensare che quest'impiego possa durare per sempre. Ma ho imparato a godere delle gioie della vita, seppur fugaci. Sono, del resto, fugaci anche le nostre esistenze, paragonate all'anzianità del mondo.

L'unico buon proposito per il nuovo anno è eliminare o, quantomeno, diminuire gli zuccheri nella mia alimentazione. Magari metterci su pure un po' più di sport. Voglio stare meglio, sentirmi meglio.

Gli obiettivi, invece, sono grossomodo sempre gli stessi. L'erede, ovvio e le mie passioni. Voglio continuare a coltivarle, a lavorare sodo, ad arricchirmi.

Se chiudo gli occhi adesso non vedo la persona che vorrei essere, me la sento dentro.

Il 2015 mi ha restituito me stessa e pure se gli anni, dopotutto, sono solo convenzioni io guardo a questo ciclo finalmente fiera, serena, sicura e riconoscente.

sabato 19 dicembre 2015

Non dire gatto

Quando le cose vanno esattamente come dovrebbero andare vengo paradossalmente pervasa da un persistente e fastidioso senso di insicurezza, retaggio di chissà quale trauma infantile. Incredula e con la paura che l'ingulèt sia sempre dietro l'angolo resto acquattata, guardinga e sospettosa come il gatto col topo.

C'ho messo tre giorni per accogliere senza remore la soddisfazione derivante dal nostro recente successo lavorativo. Il progetto a cui stavamo lavorando da un paio di mesi si è concluso in bellezza dopo una maratona di 14h, che manco Mentana. E quindi uscimmo a riveder le stelle alle due di notte, in una Roma deserta, addormentata e agghindata a festa. Troppo stanchi, forse, per bearci di questo insolito privilegio, abbiamo camminato per una mezz'ora per raggiungere la macchina del nostro collega, gentilmente prestatosi a fare da tassinaro.

Sono riuscita ad inserire la chiave nella toppa del portone di casa solo alle 3 e mezzo del mattino. Quel genio di mio marito aveva abbassato il chiavistello. Assonnata com'ero ho deciso di bypassare le buone maniere e l'ho chiamato al telefono. E' venuto ad aprirmi con questa faccia qui:



ed io l'ho trovato carino lo stesso. Se questo non è amore l'amore non esiste.

Se sia stato merito mio o merito di Renzi col sui jobs act non è dato sapere, fattostà che stavolta nella mia casella di posta c'è una proposta di lavoro un tantinello diversa sa quella di cui qui.

Tempo indeterminato.

Con le premesse di cui sopra capirete che questa notizia manco c'ho provato ad assimilarla. Me ne sono rimasta qua, acquattata, guardinga e sospettosa come il gatto col topo.

martedì 15 dicembre 2015

Il Mycoplasma fantasma

Ho posticipato l'alzata di un'ora e ho fatto bene. Dopo l'ennesima invasione della mia intimità ho avuto tempo di vagare, fare shopping e cambiare la batteria del mio Tissot, regalo di laurea dell'Umile Servo.

La prima volta che fai le analisi al Bonfratelli pensi toh che culo, almeno c'è er Tevere, le foglie autunnali, la luce del centro, le pantegane. Pensa se capitavi al Pertini. La seconda ti consoli con una colazione abbondande e un po' di vagabondaggio mattutino, sola con la tua città. La terza, ecco, la terza ti rode il culo. Soprattutto se vieni cazziata, in due diverse occasioni.

Il primo shampoo me l'ha fatto 'sta tipa col fieno in testa e gli occhiali spessi e tondi. Ho chiamato il suo numero tante volte, lei manco m'ha guardato. Te credo, scema. Facevo la fila sbagliata. L'ultima volta non sono passata per la sala prelievi, attigua a quella degli smutandamenti ma, pare, le regole siano cambiate e prima di calarti le braghe ora devi comunque fare una capatina dai vampiri, che ti registrano e forniscono tramite una finestrella tutto l'armamentario al medico di laboratorio, così s'è definito il secondo moralizzatore della giornata. Il mio reato, in questo caso, è stato tacere riguardo il mio utero retroflesso. Sarebbe bene dirlo però eh, l'avrei fatta mettere in un'altra posizione. Strano che abbia trovato difficoltà uno che 1 minuto prima s'era complimentato con la sottoscritta per aver avuto la fortuna di essere capitata nelle mani migliori dell'ospedale. Chi si loda si sbroda, si sa.

Non paga di aver mostrato i calzini rosa regalo della Sister, rigorosamente in tinta col perizoma fuxia, a uno con un topo morto a fargli da riporto ho chieso a Mr Modestia se questo Ureaplasma sia davvero così difficile da debellare.

Dubito persino che ci sia

Come scusi?

I tamponi se fatti male danno risultati falsati. Azzarderei un 50% di Ureaplasma inesistenti nelle diagnosi. E comunque il problema non è se sta in vagina ma se colonizza la cervice. Inoltre sono molto sensibili al principo attivo presente nell'antibiotico che ha preso

Quindi si spera l'abbia debellato?

No. Anzi. Se adesso ce l'ha ancora dubito ci sia mai stato veramente.

Ora. Io non sono un medico e ho pure, quasi, perso il vizio di googolare sintomi, malattie e batteri da nomi aramaici ma questo discorso, capirete bene, non m'ha convinto per niente tanto che quando il tipo mi ha consigliato di chiedere di lui in occasione del prossimo test, che mi auguro non sarà necessario, ho svagato e detto una cosa tipo certo, vediamo come sono messa col lavoro, purtroppo devo incastrare la mia vita tipo tetris e temo dovrò accontentarmi del medico che troverò.

Per tornare verso il lavoro ho seguito l'itinerario già sperimentato in altra occasione saltando, per questioni di tempo, la passeggiata a Trastevere.

In compenso ho proseguito il mio pellegrinaggio in Santa Maria in aracoeli. Sempre la stessa richiesta, con un voto e una candela accesa in più.

Ieri sera, invece, l'albero di Piazza Venezia s'è illuminato nel momento esatto in cui mi sono voltata a guardarlo. Non è che mi sento tipo l'eletto di Matrix per questa fortuita coincidenza ma la sensazione è stata piacevole, come quando hai la certezza che qualcuno in quell'esatto momento ti stia pensando e ti senti un po' speciale, unica, importante.

Via dei fori imperiali era colorata del rosa tipico dei tramonti invernali e corposi stormi di piccoli uccelli, sembravano rondini, disegnavano geometrie fluide sotto la cupola di un cielo pastello. Manca un bel pezzo d'amore nella mia vita ma se quello che diceva Dante è vero quest'investimento non sarà a perdere. In ogni caso.

mercoledì 9 dicembre 2015

Il diaframma e l'arte astratta

Dicasi respirazione diaframmatica la funzione fisiologica che ci consente di ispirare ed espirare tramite l'uso di un piccolo e spesso ignorato organo, il diaframma appunto, che si trova subito sotto il torace. La respirazione  diaframmatica può essere volontaria, guidata, controllata ed è usata soprattutto nel canto e da chi suona uno strumento a fiato perché consente di dosare l'ossigeno, gestire il ritmo. Ad avermela insegnata è stato proprio il mio maestro di musica che usava tenermi le spalle col palmo della mano in modo da costringermi a controllare il respiro attraverso la  panza, anziché col torace.

Pare una cosa aliena, I know. In realtà quando dormiamo usiamo solo il diaframma, in maniera totalmente inconsapevole, per giunta.

Ma questo tipo di respirazione oltre che a migliorare postura e concentrazione è utile pure nella gestione dello stress. In sostanza vi consiglio di farvi ricorso quando, come me in questo momento, siete incazzati neri ma per ovvi motivi di civile convinvenza non potete scaraventare contro il muro qualsiasi cosa vi capiti a tiro, tanto meno brandire oggetti contuntendi contro qualsiasi persona vi capiti a tiro.

Oggetto/soggetto della mia ira funesta Collega Enne, che si è detta indisposta a coprirmi in occasione della pubblicazione del nuovo sito per evitare di farmi saltare la tanto attesa visita con Sboccaccio, rimandata di qualche ora. Questa circostanza, in ultima analisi, mi sarà fatale. Non potrò assentarmi dal lavoro, non potrò andare da lui. Col Natale in mezzo il prossimo appuntamento sarà l'8 gennaio. Altri 20 giorni di attesa snervante. Senza contare la partenza, prevista ma non ancora programmata, di mio marito per lavoro. Starà fuori un mese e mezzo durante il quale, a meno che non abbiano inventato una tecnica di inseminazione in vitro via telematica di cui non sono venuta a conoscienza, dovremo imporci un ennesimo stop.

Ammetto che l'idea di mollare tutto, dopo quasi tre anni e mezzo di ricerca e fermi giudiziari di varia estrazione è più che un'idea, quasi un bisogno. Ma ormai sono una macchina da combattimento. O magari un kamikaze, vacceacapì e tra uno smadonnamento e l'altro ho già provato a chiamare il capo delle passere un paio di volte per sapere, almeno, se intanto posso ripetere il tampone nella speranza di aver debellato l'Ureaplasma, evitando così altri inutili rinvii.
Ogni volta che un appuntamento così importante slitta sento sfuggirmi tra le dita una possibilità. Ho imparato ad aspettare, forse, ma non imparerò mai ad accettare le imposizioni del fato. Anche perché, diciamolo pure, se c'è un disegno è un Picasso, necessita di interpretazione, analisi e sensibilità. E io ho sempre preferito Caravaggio.

lunedì 7 dicembre 2015

Regressioni

Le mie altalene emozionali subiscono diversi tipi di forze, endogene ed esogene. Gli ormoni, in primis. La PMS è la principale responsabile dei mali che trafiggono la mia anima. Poi c'è il meteo. Il grigiore dei lunghi inverni, la pioggia, il freddo e i venti svegliano demoni assopiti. Infine c'è il lunedì che ha lo stesso, o quasi, potenziale distruttivo del premestruo. Reggere il carico di questa negatività è spesso impresa impossibile e se durante gli altri giorni cerco di mantenere un apparente, precario equilibrio barcamenandomi tra impegni, pensieri, regole e omissioni e galleggiando alla meno peggio sull'immenso mare di merda che è attualmente la base della mia esistenza, il lunedì no. Il lunedì non ce la faccio.

Certe volte mantenere la presa fa più male che lasciarsi andare. Invano tento di risollevare il mio umore da terra, invano provo a scacciare domande senza risposta che generano ansie, incertezze, frustrazioni.

La diretta conseguenza è un clima teso, un'atmosfera irrespirabile e un tracollo violento e improvviso di quello status così faticosamente raggiunto a forza di sacrifici, rospi ingoiati, siringoni d'ottimismo e gioia di vivere.

Il fatto è che sono sola. E per la prima volta in vita mia sento il peso di questa condizione tutta sulle mie spalle. Sul petto, anzi. Subito sotto lo sterno dove nascono i respiri, dove si piazzano i magoni, dove, a ben vedere, ha origine la sofferenza.

Di lunedì torno a chiedermi se ce la faremo mai. Se riusciremo mai ad essere felici come, in fondo, meritiamo entrambi, nonostante le reciproche mancanze, i dissapori, nonostante l'amaro retrogusto di un incubo che non sembra voler finire.

Non riesco più a sorridere, non sorrido da più di un mese. Quei sintomi fisici, figli della depressione, che avevo orgogliosamente e faticosamente debellato stanno tornando, uno a uno. Il cuore manca qualche battito oppure esagera, quasi come a vibrare. I crampi mi attanagliano, spasmi notturni ai piedi. Lo stomaco si chiude, brucia e si contorce. I mal di testa annebbiano la vista e confondono i pensieri.

Sono poco lucida. Non mi piaccio, non ne vado fiera ma non ho quasi più armi. Ne sono uscita una volta, non so come farò adesso, non so cosa ne sarà di me. Non posso combattere ancora, da sola. Eppure, in qualche modo, devo. Eppure questa condizione, in qualche modo, dovrà finire. Vorrei che anche lui raggiungesse questa consapevolezza, vorrei lottasse per noi, per la famiglia che abbiamo sempre desiderato, per il come potrebbe essere, per il nostro potenziale d'amore per ora sprecato, agonizzante, quasi esanime, in quello stesso mare di merda dove, non senza difficoltà, galleggio io.

domenica 6 dicembre 2015

Il primo dopo i trenta

Come i più affezionati sapranno, nel giorno del mio compleanno la sfiga è solita perseguitarmi, come se l'avanzare inesorabile degli anni non fosse già motivo di tedio. A farmi da amuleto solo gli auguri più o meno spontanei di amici, parenti, conoscenti e l'ultimo regalo della Sister G., un corno rosso con su scritto Ischia che ho avuto la premura di appendere dietro il portone di ingresso di casa.

Quest'anno a farmi sentire il peso di quell'uno dopo il trenta ci si è messo lo sciopero dei mezzi di cui sono venuta a conoscenza, con vergognoso ritardo, mentre ero in fermata in attesa del bus provinciale. Metro chiusa e targhe alterne. Per muoversi a Roma occorrevano le ali.

Se non altro, durante l'infinita attesa del 163 per stazione Tiburtina ho trovato e acquistato, alla modica cifra di un euro, un anello regale, questo:


E ho pensato che nonostante tutto io, un giorno, sarò Regina.

martedì 1 dicembre 2015

Tutto il resto, nel mezzo

Le pezze in quanto pezze difettano di efficacia. Il recupero dati sul mio hard disk ha salvato la mia tesina di maturità ma tutti lavori grafici fatti con Photoshop negli ultimi due anni sono stati voracemente ingoiati dal buco nero digitale, quel luogo mitologico e inesplorabile in cui confluiscono i bit persi.

In compenso sono riuscita a recuperare i .doc che riportano, con precisione maniacale da tic nervoso della palpebra sopracigliare, le to do list rispettivamente annuale e mensile (quest'ultima a onor del vero diventa bimestrale in corso d'opera, placando così un malcelato senso di inadeguatezza).

Che io abbia problemi con le gestione del tempo non è una novità. Non è mai abbastanza oppure non scorre mai velocemente come vorrei. Tipo che ieri quando mia cognata, alla sua seconda gravidanza, ha annunciato su Facebbok il sesso del nascituro, avrei voluto essere al 16 dicembre. Di più, avrei voluto essere immersa nella fase buchi in panza o magari direttamente al pick up - transfert - nascita plurigemellare - festa dei 18 anni - laurea - lacrimuccia.

Quando premo il fast forward dei miei pensieri, costringendo ad accelerazioni imprudenti i miei flussi neuronali, penso spesso al Michael Newman di Cambia la tua vita con un click. Non c'è nulla di buono nel saltare le tappe, nulla di sano nel desiderio che il tempo si accorci nella speranza che l'obiettivo per cui stiamo lavorando si palesi, finalmente, davanti ai nostri occhi. Così facendo si trascurano gli attimi, si sminuisce il peso della quotidianità, del costruire. 

Se il flusso di autocoscienza è così accurato e profondo da funzionare, dopo aver placato l'ansia da prestazione inizio a godermi la vita, con l'assurda pretesa di costruire bei ricordi anche di questo periodo fatto di attese snervanti e avvilenti, di fasi di incertezza e vuoto cosmico ma pure di tanta speranza. Di desideri, aspirazioni. Vita.


giovedì 26 novembre 2015

Quando il trucco gli riesce, non pensa più a niente

Mettemoce 'na pezza è il leitmotiv di queste ultime settimane. Qualche pezza regge, qualche altra chissà. I dati sul mio hard disk parrebbero essere in salvo sul pc del sant'uomo che si è cimentato nella titatica impresa dall'esito incerto. Il supporto, però, è da ricomprare. Nello specifico è affidabile al 34%, percentuale bassina per una che conserva pure il cartone del latte e tiene moltissimo alle sue memorie. Questa spesa non ci vorrebbe, avrei destinato volentieri questi 80 euro all'acquisto del profumo che, finalmente, ho trovato. Del resto ho promesso a me stessa di smetterla con gli struggimenti dovuti a eventi fuori dalla mia sfera di controllo.

Spero che Sciattaman sia fiero di me per questa frase.

Il nuovo progetto a cui insieme a un grafico, un sistemista e un capo, sto lavorando da un mese, inizia a prender forma. Con esso, l'orgoglio per aver preso parte a qualcosa di nuovo, stimolante e visibile a tutti, ma proprio a tutti.

Le soddisfazioni lavorative vanno di pari passo con le paure riguardo la mia vita privata. Potrei non diventare mai madre, potrei, persino, non essere più moglie. Potrei morire. Il mondo potrebbe finire. Potremmo morire tutti. E allora sticazzi, no?

Con l'obiettivo manifesto di recuperare un po' di serenità e frivolezza adolescenziale, ho inviato l'USI a prendere una cioccolata calda in una nota pasticceria siciliana, qui a Roma. M'è venuta voglia di cannolo alla ricotta, però al cioccolato e ho tutta l'intenzione di incipriarmi il pancreas di zuccheri prima che Sboccaccio mi imponga un sano, puritano ascetismo.

La visita, in programma il 16 dicembre, potrebbe imporre l'ennesimo standby oppure dare un'accellerata improvvisa, spericolata e netta alle mie speranze gettando, in questo caso, un bel po' di confusione nelle nostre vite.

Quando ci ragiono sù i pensieri si accavallano, scalpitano per ottenere il podio della mia attenzione, la priorità. Di solito, quindi, io chiudo gli occhi e respiro. Lascio che a prendere il sopravvento sia la sinapsi più docile, lieve e timida. Quella più rilassante.

Per esempio nel weekend vorrei fare colazione con la treccia al cioccolato.

martedì 24 novembre 2015

Marescialli, Cavalli e vecchie russe

Alla fine ieri sera sono arrivata a casa con un'emicrania olimpionica, un accenno di cagotto e le gambe che facevano giacomo giacomo, sempre che questo voglia dire qualcosa nell'idioma comune. Nel caso in cui la risposta sia no: con le gambe molli e tremolanti. Per stemperare la tensione e il senso di vertigine, che alla guida di un'auto potrebbero essere fatali, mi sono messa a cantare in macchina di ritorno dal lavoro. Avrei preferito di gran lunga il vecchio, lercio bus Cotral che mi avrebbe concesso di schiacciare un pisolino ma lo sciopero h24 mi ha costretto al volante, con lo scazzo a palla e l'occhio stralunato alla Crudelia Demon.

Ho dormito tanto e bene ma non ho recuperato. Sarà perché non mi sono concessa una mezz'ora extra e mi sono fiondata in caserma, per la denunicia di smarrimento del mio token.

Token? Si chiama proprio così?



Controllo su Google

Di preciso non so cosa il maresciallo abbia trovato ma sul foglio, alla fine, ha scritto in data imprecisata ho smarrito la mia penna USB token della banca.

Meglio un'informazione ad minchiam in più che una in meno.

Uscita dalla caserma ho preso il primo bus e sono arrivata in stazione con mezz'ora di anticipo. L'ho passata da Sephora nel vano ed ennesimo tentativo di trovare un degno sostituto di Serpentine, il profumo di cui mi sono perdutamente innamorata a vent'anni, per caso, e che non avrei mai sostituito se non fosse, con mio immenso cordoglio, andato fuori produzione ormai parecchio tempo fa. Il commesso m'ha spacciato My Burberry. Lì per lì m'è piaciuto. Lì per lì a me i profumi piacciono tutti. E' nel corso delle giornata che inizio a odiarli. Così, nonostante qualche pressione di troppo, ho resistito all'impluso di comprarlo facendomi lasciare un campioncino in cambio della promessa che sarei tornata l'indomani. Frenare il mio istinto è stata cosa assai saggia visto che ora, alle sette passate di sera, vorrei strapparmi la pelle dei polsi per non sentirlo più e continuo a chiedermi cosa c'azzecchi quest'aggressività che ti sfonda le froge con la morbida e sensuale mescolanza di agrumi che caratterizzava il compianto Cavalli.

Prima di iniziare il turno, come ultima commissione, mi sono chiusa in uno di quegli orrendi gabbiotti di plastica per fare le fototessera che vedrò, per i prossimi anni, nella mia Carta d'Identità. Al sesto tentativo la voce robotica del computer s'è stranita, mi ha fatto capire che non avrebbe più concesso indugi. Ho scelto, presa dal panico, l'ultimo scatto. Paro russa e vecchia. O forse lo sono. E c'ho sempre l'occhio stralunato alla Crudelia Demon.

lunedì 23 novembre 2015

Derive tecnologiche e drammi digitali

A farmi prendere bene il lunedì manco c'ho provato stavolta. Sfido chiunque ad essere di ottimo umore quando una delle tragedie più cruente del'uomo contemporaneo si abbatte senza remore sul quotidiano grigiore di un giorno di fine novembre. Il mio hard disk s'è sminchiato. A nulla sono valsi disperati e reiterati tentativi, frutto di consigli pescati su forum di smanettoni, di salvargli la vita o, quantomeno, recuperare anni di dati. Aveva dato, a onor del vero, qualche avvisaglia. Sottovalutarla è stato fatale. Le mie speranze ora risiedono nelle mani d'oro di un collega che ha mitigato il suo naturale ottimismo nerd con un faccio il possibile ma non garantisco. Che nella mia lingua vuol dire: rassegnati.

A dare forfait non è stato solo il fedele depositario delle mie memorie digitali. In pochi giorni ben due mouse e un caricabatterie hanno smesso di funzionare. A riequilibrare solo parzialmente il bilancio delle perdite c'ha pensato la tv della camera da letto, quella colpita da una saetta, che dopo il cambio d'un fusibile e una piccola modifica non meglio specificata, ha ricomiciato a trasmettere immagini.

La mia sbadataggine ha completato il quadro. Ho perso il token Unicredit, già scaduto e in procinto di essere sostituito. L'ho rimosso dal mazzo di chiavi pensando di fare cosa buona e giusta, credevo di essermelo messo in tasca. S'è smaterializzato. Speravo, visto che non funzionava già più, di poter evitare la denuncia di smarrimento e prenderne direttamente un altro ma l'impiegato della banca stamane al telefono è stato incorruttibile e lapidario: la denuncia va fatta.

Mentre cerco in malomodo e pure di malavaoglia di far fronte a queste piccole grandi sfighe quotidiane, lotto col sonno accecante del lunedì, quello da post notte bianca. Mitigo rupetuti sbadigli con un tono di voce squillante e in barba al cuore bellerino mi drogo di caffeina.

La cosa davvero avvilente è la costanza con cui i miei tentativi di lotta contro l'insonnia falliscono miseramente, seguendo sempre la stessa deprimente prassi.

Le cose vanno più o meno così. C'è questo gregge di pecore, hanno un'espressione gaia e la lana morbida e soffice, come le nuovole. Una alla volta saltano la staccionata. Il balzo è deciso, precedeuto da una breve rincorsa. Io le conto. Alla terza decina decidono di variare il salto. Alcune, come ballerine, lo fanno sulle punte, altre usano il bastone da salto in alto, altre ancora si esibiscono in tripli carpiati, qualcuna, più timorosa, prende la rincorsa più volte. Di solito a questo punto compare il cane, un pastore maremmano che mi fissa con la lingua penzoloni. Poi le pecore inziano a colorarsi. Diventano rosse, gualle, blu, viola. E' a quel punto che la smetto con le smanie da pastorella e inizio a concentrarmi sulla respirazione. Provo a rallentarla e mi focalizzo sugli impulsi elettrici degli assoni, me li immagino, ci parlo rallentate, diavolaccio, devo dormire!. Stremata, alla fine, mi alzo. Memore di aver letto da qualche parte che l'unico modo per sconfiggere l'insonnia è smettere di combatterla.

Così stanotte alle due ho fatto una ricerca su contratti coccodè, versamenti previdenziali e f24.

Mi sono addormentata sognando la busta paga, il bonus renziano e le 300 euro di ritenute.

giovedì 19 novembre 2015

Rosso, giallo, verde

Ho messo la sveglia troppo presto, temevo file e metafile invece con lo zeroquattordici ho atteso, forse, tre minuti e alle otto e un quarto col referto del pap test in mano ero già fuori dal Fatebenefratelli.



Rincuorata dall'esito negativo mi sono concessa una colazione abbondante, per la verità non troppo buona e poi mi sono concessa la Roma della movida che la mattina presto ha tutto un altro fascino. Trastevere sonnecchiava e io pure, mi sono svegliata a poco a poco e mai completamente mentre i vicoli si riempivano dell'odore del pane appena sfornato, quell'odore che non senti mai al Carrefour sotto casa e che sa di buono, di infanzia, di serenità.

Sono entrata in Santa Maria e ho fatto una cosa che non facevo da un po': pregare. Non ne sono mai stata capace, le mie conversazioni col Principale hanno sempre avuto un tono troppo informale. Le mie richieste sono ormai scontate, ripetitive e banali ma a differenza delle altre volte ho chiesto pure scusa facendo appello alla proverbiale misericordia di chi governa, a detta di molti, le nostre vite lasciandoci, però, la possibilità di sbagliare. Come faccio spesso io.




Dopo aver inoltrato la richiesta di perdono per via telepatica sono arrivata a Piazza Trilussa e sono tornata indietro costeggiando le acque verdastre del Tevere che scorreva lento lento, imperturbabile. Il cielo limpido, lo specchio d'acqua, la carezza di mamma Roma.



Ho tagliato corto fino al teatro Marcello, dove due giovani e bionde americane stavano disegnando a matita su un bloc notes, ho attraversato il Campidoglio e il Vittoriano e mi sono confusa tra i turisti passeggiando tra i fori, con la Reflex in mano e gli occhi affascinati di chi, nonostante viva questa città tutti i giorni, non smette di subirne le avances.




Quando cammino trafelata tra i larghi viali del centro schivando l'invadenza delle persone comuni, quando i tempi del bus sono biblici e la metro è una chimera, quando il traffico si mangia buona parte della mia giornata io penso alle mie fuitine, a questi incontri segreti, intimi, amorosi con la mia città. E poi penso a Mastrandea che, intervistato in un documentario su Roma, dice una cosa tipo 'sta città te entra dentro in maniera così forte che quando ero a Venezia ho detto alla mia compagna 'c'ho bisogno de semafero'.


lunedì 16 novembre 2015

Allons enfant

C'era questo signore di mezza età che fischiettava la Marsigliese sulle scale mobili di Termini e io ho pensato ai bambini siriani con la faccia sporca di polvere e sangue. Fuori dalla stazione cinque militari in mimetica e una camionetta. Roma s'è svegliata militarizzata. Arfio Marchini partorisce pensieri banalotti e superficiali su Facebook: forse ci attaccano perché sono invidiosi della nostra joie de vivre. Forse se sei un palazzinaro dovresti continuare a fare il palazzinaro. Il denaro non dovrebbe attribuire a nessuno un potere ed una visibilità sufficienti a conferire autorevolezza a qualsiasi idea di merda.

Un pensiero banale, tuttavia, l'ho partorito pure io stamattina.

Mi sono chiesta se abbia senso questa ricerca spasmodica e disperata di un figlio, se abbia senso mettere al mondo un uomo in un mondo così.

Tutto sommato ho avuto un'infanzia felice, un'infanzia occidentale. Ho avuto latte in polvere, pannolini, omogeneizzati, medicine, la scuola dell'obbligo e Baby Mia. Non ho conosciuto bombe ne spari ma conosco il bello della vita, che poi sarebbe una cosa semplice. La libertà, la salute, il sole in faccia e i pensieri leggeri. Nutro, di conseguenza, ancora speranze. 

Se fossi nata in Francia avrei goduto degli stessi agi e arriverei, con buona probabilità, alle stesse conclusioni: ne vale ancora la pena. Ma se fossi nata in Siria forse abdicherei al ruolo di madre, forse mi arrenderei. Perché non ne varrebbe poi tanto la pena.

Prima di bombardare dovremmo pensare a questo. Alle persone che non hanno più niente da perdere, al fatto che da terrorizzati a terroristi il passo è breve. Al fatto che la prossima volta potrebbe essere solo colpa nostra.

giovedì 12 novembre 2015

Scarpe, corrieri e dolori (censurati)

E' ormai assodato che io e i corrieri UPS abbiamo un pessimo rapporto. Nello specifico loro mi odiano. A ragione. Oggetto del contendere anche stavolta un pacco di Zalando contenente scarpame. Motivo dello scazzo anche stavolta due chiamate senza risposta e un indirizzo (quello della mater) sprovvisto di numero civico, particolare che, a quanto pare, getta nello sconforto i porta pacchi impedendo loro di ritrovare la retta via anche in un paesello di poche anime, dove sarebbe sufficiente fare una cosa piuttosto banale: chiedere.

L'unica differenza rispetto al caso precedente è stata che stavolta sono riuscita a fargli fare marcia indietro a patto che ci incontrassimo a metà strada. Quando l'ho richiamato, per inciso, ero ignuda dinnanzi lo specchio del bagno grande, con la bocca impastata di caffè, il capello appena asciugato e non ancora piastrato, una conversazione a metà su Whatsapp.  Per raggiungerlo ho rischiato di perdere il bus, la vita e la dignità. Fortuna che per allungarlgi i 30 denari ho dovuto solo aprire lo sportello della macchina, senza manco uscire e me ne sono tornata all'ovile con le mie scarpe stringate, un fascio di scuse biascicate ad minchiam e la promessa che la prossima volta lascerò al povero Cristo anche il numero di un fisso.

Le scarpe sono belle, assai fèscion, giusto un poco scomode ma al cuor non si comanda e a Miranda Priestley manco.

Gonfia d'orgoglio per l'acquisto, ho condiviso la notizia con le Sisters che già avevano apertamente manifestato il loro disgusto per il modello.

Gente, la sorellanza certe volte vacilla.

Fortuna che una delle due, quella che ha un problema con gli acquisti compulsivi, mi ha superata con un paio di simil Vans provviste di zatterone, brillantini e, udite udite, pattern leopardato.

Mio marito, per il momento, s'è astenuto da ogni commento. Sarà che siamo troppo impegnati a litigare e a capire cosa ne sarà di questo rapporto. Ma questa è un'altra storia. E spero venga archiviata prima che abbia la possibilità di parlarne.

martedì 10 novembre 2015

Disincentivi

Capisci che la tua vita sta cambiando quando dal marocco tuttaneuro che ti attende, fedelissimo, fuori dalla metro bì, in luogo dell'orecchino fèscion da sterilizzare prima dell'uso a mo di antitetanica, cerchi un portapillole settimanale colorato.

Da quando, giorni orsono, ho scoperto di essere insulino resistente, oltre che mutata geneticamente e pure una crìa dificiente, i miei desideri d'acquisto sono un tantinello diversi dal solito.

Dalla bancarella, in ogni caso, me ne sono andata con tre spazzole leva peli che quando sei cane - gatto munita ti salvano la vita dando fondo alla risorsa di spicci avidamente trafugati all'USI e gelosamente custoditi in saccoccia.

Ho più tardi deciso di cercare l'oggetto dei miei desideri su Amazon, che trionfa dove il marocco fallisce. Lo avrei preso, non fosse stato per la recensione di tale tizio che ne decantava, sì, l'utilità ma riteneva fosse comunque un problema che la madre NOVANTATREENNE e destinataria dell'acquisto non riuscisse a ricordarsi di doverlo usare almeno una volta al dì.

Cercai in un disincentivo. Lo trovai.

Per non rendere vana la giornata mi sono infine decisa a comprare su Zalando le scarpe stringate di cui qui. Hanno un inserto in pizzo e non sono sicura mi piacciano, di certo disincentiveranno mio marito dal fare sesso con la sottoscritta, qualora i calzettoni di lana e il pigiama regalo di sua madre non riescano già nell'impresa.

sabato 7 novembre 2015

Basta un poco di zucchero e l'insulina va su

Succede che a 18 mi metto a dieta. Il mio culo aveva smanie espansionistiche di stampo napoleonico e io volevo disperatamente il fisico di Kate Moss. La cosa funziona così bene che in qualche mese raggiungo quota 49, poi mi assesto sui 53 e mantengo quel peso per anni, senza troppi sforzi.

Ma un mezzo lustro più avanti inizio a soffrire di misteriosi fastidi. Fame tossica sconsiderata e improvvisa, giramenti di testa, sudorazioni, tremolii, annebbiamento da perdita dei sensi. Allora dottor Google non esisteva, nemmeno la mia ipocondria.  Attribuisco, così, tutto alla dieta di qualche tempo prima. Anche la mia intelligenza, come intuirete, era assente illustre.

Nel frattempo mi innamoro, mi disinnamoro, mi innamoro ancora. Studio, mi laureo, cambio lavori, sperimento tutte le forme di precariato esistenti. Mi sposo. Il resto è storia affidata a queste memorie virtuali. Storia che conoscete tutti.

Manca il capitolo riproduzione e la mia vita si ferma.

Ho ritirato oggi gran parte delle analisi pre-fivet. E qualcosa ha ricominciato a girare, qualche tassello s'è ricomposto.

Sono insulinoresistente.

Il che vorrebbe dire che non assorbo bene gli zuccheri. O forse il contrario. Non lo so. Quello che so è che questa condizione è una tra le cause più comuni e, diciamolo, banali di infertilità. E io, che sono sveglia, l'ho scoperto solo adesso.

A Sboccaccio è bastata un'ecografia per sospettare e analizzare. Non gli sarò mai abbastanza grata per questo. Soprattutto perché non voglio diventare diabetica, nonostante questo significhi rinunciare alla Nutella che mo ve l'ho detto me sta a pija un coccolone napoleonico come il mio culo.

Ma non basta mica. Oltre ai casini indotti dallo zucchero mi sono beccata pure l'ureaplasma. Infezione banalotta sì, ma anch'essa possibile causa di infertilità. Se c'aggiungete le tube stappate con lo sturalavandini avrete il quadro completo del colabrodo che è il mio apparato riproduttivo.

Dea della fertilità 'sta nerchia. Sono un disastro. Faccio acqua da tutte le parti. Ho cercato per tre anni una singola, sola, fottuta causa. Me ne ritrovo almeno tre. Qualcuno avrà pure la faccia da culo di chiamarlo Karma.

giovedì 29 ottobre 2015

Mentre tutto scorre

Il fatto che adori Dostoevskij e tutto il corredo di eculubrazioni mentali che si porta in dote non mi esime dal leggere monnezza industriale da far causa alla foresta amazzonica per fornitura impropria di materia prima. Stamattina, per esempio, ho annegato le mie sinapsi in un Dan Brown di pessima fattura, Inferno. Avevo smesso con la letteratura spazzattura tre anni orsono, dopo il terzo Cinquanta sfumature di colore a caso, comprato per pochi euro in edizione tascabile tanto per allineare il livello delle mie letture a quello delle mie vacanze. Mi riferisco ad una crociera nelle isole greche, in una cabina senza oblò ma col televisore, durante la quale abbiamo mangiato sempre, mangiato troppo, mangiato male e visitato pochissimi luoghi degni di interesse, per pochissimo tempo.

Del resto ho bisogno di leggerezza.

Le mie visite a palazzo non sono più impegnative di quanto avevo pronosticato, ma manco meno. Richiedono tempo, impegno, dedizione, costanza. Così uscita da lì mi fiondo a capo fitto dentro scenari rosa, soffici, rassicuranti. Tanto che potrei, persino, riprovare lo smalto semipermanente o comprare un altro paio di scarpe. Magari il profumo al mandarino e basilico. O anche la spazzola termica della Imetec.

Oltretutto notizie nefaste continuano ad appesantire l'aria che si respira in questo piccolo ufficio. Grande capo brizzolato, gentelman degli informatici, rassicurante omone col nome d'un imperatore se ne va. Pare abbia trovato di meglio nientedimeno che in Veneto dove si trasferirà a breve con la sua famiglia. A sostituirlo potrebbe essere una tipa arcigna e puntigliosa con un nome insolito che io, ostinata, continuo ad associare alla parola Cuspide. Niente di buono, insomma. Ma a risentire più di tutti di questo imminente distacco sarà Collega Enne, a mio avviso segretamente innamorata di lui, tanto da avergli dedicato una melensa lettera d'addio. Ben fatta, in verità.

Mr Cospirazione, intanto, continua a guardare film su alieni, terre misteriose, scenari post apocalittici. E m'è entrato in fissa col tempo. No, non quello atmosferico su cui, comunque, trova qualcosa di losco e lobbistico. Il tempo cronologico reo, secondo lui, di scorrere troppo in fretta e in modo anomalo.

Sono abbastanza sicura che le sue affermazioni a riguardo contengano sfumature che la mia intelligenza comune, da persona non illuminata, non riesce a cogliere. In ogni caso mi hanno spinta a riflettere sulla fiugacità di questo anno che mi è passato davanti, tra alti e bassi, senza quasi me ne accorgessi.

Altri due mesi e sarà 2016.

Il listone di programmi e obiettivi, redatto a dicembre dell'anno scorso, presenta solo poche voci ancora da depennare. Una di queste è la FIVET.

Volevo dire all'erede che, volendo, può presentarsi all'appello pure senza. Sono sicura che nessuno, me compresa, si offenderà se questo particolare task resterà, per buona causa, incompiuto.

martedì 27 ottobre 2015

Il trono di passere

Esiste una soglia oltre la quale la stanchezza non è più stanchezza. E' istinto di sopravvivenza. Succede quando la tua sveglia suona alle 5 ma il tuo letto non ti rivedrà che per mezzanotte.

Stavolta la fila al bonfratelli è stata più impegnativa, non fosse altro perché smutandarsi per due volte di seguito nell'arco di pochi minuti, in due diverse stanze, reparti ospedalieri, davanti a due diversi camici e un indistinto nuvolo di specializzanti guardoni non è esattamente la realizzazione del sogno americano, manco di quello italiano. In ogni caso abbiamo finalmente depennato altre due voci dal listone nero delle analisi pre FIVET e in segno di pace, per dimostrare al fato di non essere un tipo rancoroso, mi sono presentata all'appello con i miei stivali neri freschi di Zalando, arrivati a destinazione lunedì scorso.

In preda a smanie efficientiste ho prenotato l'ecografia mammaria da negnente, il mio medico di famiglia nel frattempo trasferitosi col suo studio a 10 km da casa mia. Mi vedrà il 6 novembre, un giorno prima dei primi, temutissimi, risultati.

Lo specchio del cessetto dell'ufficio, quello più vicino che comunque dista due corridoi e tre angoli, mi ha restituito poc'anzi un'immagine poco rassicurante. Una tipa a cui non scipperesti manco le mutande. Sto messa peggio de una profuga siriana, perdonate la battuta infelice. Di sicuro il mio usurato vestito a tunica non giova alla mia immagine ma, senz'altro, l'occhiaia infossata e il capello pagliato sono i principali responsabili di cotanta sciatteria. Ho intenzione di recuperare domani, col tailleur grigio fumo e lo chignon delle grandi occsioni. Il lavoro assorbirà le mie poche, inadeguate energie superstiti, presentandomi il conto di una giornata tutto sommato tranquilla, quella di oggi.

Collega Enne mi ha reso partecipe della sua ultima avventura erotica con un 56enne amorevolmente ribattezzato il vecio, nomignolo con cui ha salvato il suo numero persino su Whatsapp. Pare che il nonnetto sia prestante, belloccio e insaziabile.

Chiamata in causa su una questione delicata, la gestione e l'esposizione della passera duepuntozero, mi sono sentita in diritto di proporle una sfida: chi la fa vedere a più persone entro la fine dell'anno sarà regina. 

Mi piace vincere facile.

domenica 25 ottobre 2015

Il presente e la luce dell'est

In questo momento il nostro beneamato divano sta navigando verso altri lidi, in pancia a un furgone verde, vecchissimo e presumibilmente lentissimo. Arriverà in terra ciociara, dove forse verrà rifoderato e dove un'altra famiglia gli concederà la seconda vita che gli ho negato io. Un po' mi spiace perché sono una donna e, si sa, noi donne ci affezioniamo pure ai personaggi dei telefilm ma questa smania di rinnovamento mi rinvigorisce e mi fa ben sperare. L'augurio che faccio a me stessa, infatti, è che il nuovo divano non conosca solo bava di cane e peli di gatto ma anche latte materno, mocciolo di infante e cioccolato.

Intanto, dopo il consueto smarrimento iniziale, mi sto abituando all'idea del nuovo task lavorativo affibbiatomi venerdì scorso, con scarsissimo preavviso e altissimo tasso di rodimento di chiul. Farò del mio meglio, abolendo lamentele inutili e fasi di cazzeggio. E lo farò per me stessa.
Con buona probabilità il palazzo dovrà ospitarmi tutti i mercoledì e tutti i venerdì fino, almeno, alla fine del prossimo mese. Tanto vale farselo piacere.

L'ora solare ha dato senso a questo risveglio domenicale insolitamente mattiniero e io ne approfitto. Immersa nel silenzio d'una casa ancora dormiente mi beo della luce che entra prepotente dalle finestre. Ho fatto sport, finito di leggere il mio libro, riassettato le stanze. Mi attende una doccia calda, magari preceduta da una seduta di bellezza casalinga. Il lunedì, col suo carico di negatività, sembra ancora lontano.

La vita è il presente, la serenità è fatta di poco e io vorrei, tanto, che quel poco mi bastasse, sempre.


giovedì 22 ottobre 2015

Il corbezzolo e il Beato

Viste la calma e la spensieratezza che contraddistinguono questo periodo della mia vita, giusto per dare un po' di brio alla mia paciosa esistenza, grando capo brizzolato che quando impreca non dice cazzo ma corbezzoli, ha deciso di spedirmi a palazzo domani, venerdì, giorno che il lavoratore medio eleva a migliore della settimana, quasi un part time, un mezzo relax, un cazzeggio maximo.

Io, ultima degli schiavi, ultima arrivata, ultima ad andar via la sera, ho acconsentito col garbo che il mio ruolo di donna di cultura, elegante, fine e in armonia coi presagi astrali pretende. Poi me la sono presa col beato Tomasso, personalità cara al mio estinto nonno che usava invocarlo in malo modo almeno un paio di volte l'ora, quasi come, anzichè una bestemmia, quello fosse un intercalare. Un già, un cioè, un ehm, un infatti.

La verità è che amo questo lavoro, davvero. Mi rappresenta, mi valorizza, mi stimola. Ho lottato per averlo e per riottenerlo e, nel mio piccolo, poverissimo settore, sono fiera di aver raggiunto questo luogo, solo con le mie forze, la mia tenacia e, diciamolo, la mia capacità di apprendimento. Ma le prospettive di carriera sono poche e vane. E, soprattutto, in questo momento della carriera non me ne frega un corbezzolo.

Così, ecco, sono acidella e indisponente e quest'agitazione viscerale non riesce del tutto ad esser celata dalla mia proverbiale educazione, dal sorriso falsato e dalla serenità fittizia.

Mi consolo pensando agli occhi di Biagio, che mi manca molto più di quanto mi sarei mai aspettata. Come una mamma coi sensi di colpa lo vizio oltremisura, non riuscendo a dar retta a quella vocina che insiste nel dire che no, il prosciutto non dovresti darlgielo che gli fa male e che no, sul letto a quattro de spade tra te e tuo marito non ci dovrebbe proprio stare.

Se avrò, anche se ne dubito, la possibilità di essere madre e continuare a lavorare sarò, con buona probabilità, pessima ma consapevole di avere figli felici, sempre.

mercoledì 21 ottobre 2015

Il diavolo calza scarpe stringate

Verrò con buona probabilità bannata dall'ospedale trasteverino che stalkero con cadenza bisettimanale alla continua ricerca di informazioni o cambi di data. Sono stata costretta a rimandare again le analisi previste per venerdì. Colta dal dubbio che lo spotting post mestruale potesse rappresentare un problema ho chiamato il laboratorio e avuto conferma che sì, a ridosso del ciclo nse pole. Niente exploratio vaginalis, niente smanettamenti, niente di niente. Martedì 27 è la nuova data, speriamo ultima.

Di buono c'è che posso smettere di covare rancore e meditare vendetta contro la USI's mater visto che anche venerdì scorso, se avessi fatto i tamponi, ci sarebbe stato il rischio potessero venire male, sballati, falsati. E pensare che per una volta in vita mia non m'ero posta un problema che, appunto, per faciloneria, non credevo proprio fosse un problema.

Non si finisce mai di imparare con la PMA.

Ma il divieto di tamponamento in fase post ciclica non è stata l'unica cosa a stupirmi, today.

Dalle mie parti si usa dire che se andassero di moda i piselli per cappello (sì, fate bene ad essere maliziosi stavolta, non mi riferisco a quelli ammessi nella dieta vegana) tutti ne vorrebbero uno.

Ho sempre pensato di essere una modaiola col beneficio di inventario. C'è un limite - mi dicevo - a quello che la moda può impormi.

Non è vero.

Ne ho avuto prova oggi, quando durante la ricerca spasmodica e disperata di un paio di scarpe eleganti senza tacco, dopo aver peregrinato invano su gran parte degli store virtuali esistenti nella websfera, mi sono soffermata su 'sta roba qua:



Orrore, abominio, assassinio di tutte le forme di femminilità esistenti su grande madre terra.

Eppure sono le uniche scarpe che potrebbero andar bene sotto il mio nuovo tailleur di Mango e sotto, a quanto pare, tutti i pantaloni eleganti smerciati dai grandi magazzini dallo scorso anno (almeno) ad oggi. Quelli stretti sul polpaccio, leggermente alti, che lasciano buona parte della caviglia scoperta. Capirete che le sneakers ci cozzerebbero un po'.

Ma la notizia non è tanto questa. Si sa, la moda è subdola e se compri una cosa fatta così poi non potrai esimerti dall'acquisto di una cosa fatta cosà. Perché, pensateci, le mega collane gioiello non avrebbero senso senza una camicetta accollatissima modello suora laica. O testimone di Geova.

La notizia è che dopo l'ennesima valutazione, l'ennesima attenta osservazione ... beh, quelle scarpe hanno iniziato a piacermi. Un po', solo un po'. Ma il desiderio diverrà presto ossessivo, totalizzante, lurido.

E così sono arrivata alla tragica conclusione che il Grande Fratello esiste. E' Anna Wintour e indossa le Vans.

martedì 20 ottobre 2015

Colpi, colpe e saette

Pare che io non riesca proprio a venir fuori dalla spirale di sfiga in cui sono incappata venerdì scorso, quando la fattanza ha convinto mia suocera ad imitare una delle prodezze meglio riuscite della Kostner, questa:



Non che non ci abbia provato. Ma se lottare contro i mulini a vento come una moderna Don Chischotte in tacco 12 è impresa ardua, immaginate un po' cosa debba essere lottare contro le saette che ti seccano il mega tv della camera da letto.

Avoja a pianficare, definire, programmare, abbattere il rischio. Non c'è partita contro la saetta e, a quanto pare, manco contro mio marito che continua, per noncuranza, a infliggere colpi mortali alle nostre povere finanze, tenute in piedi con sputo e puntine colorate a forza di privazioni, risparmi e formicamenti con l'obiettivo di racimolare tutto il denaro necessario per la caccia all'erede, molto più dispendiosa, sapete, della caccia alla volpe di Elisabetta II, cani compresi.

Che mi sia pijatoammale è il minimo. Che abbia sbraitato contro l'Umile Servo è, magari, meno comprensibile ma sono pur sempre una donna col marchese, che diamine.

A tal proposito, monitoro il flusso ciclico con la speranza che giovedì sera il mio utero sia sufficientemente pulito per ricevere ospiti la mattina del giorno successivo. No, non malignate sciocchi, sono ospiti poco graditi. Il sesso ben fatto, quello che ti si appiccica addosso e ci siamo scambiati la pelle, le anime e le ossa è un ricordo sfumato, lontanissimo e piacevole. Come i gelati Eldorado. Manco so se li assaggerò più.

Ma se è vero che ad ogni rinuncia corrisponde una contropartita considerevole, beh, inizio a sfregarmi le mani che qua siamo a cavallo.

Nel frattempo altre terribili paure affollano i miei pensieri. Stavolta tocca ai follicoli, rei di aver insinuato nella mia testa il sospetto di non essere diligienti e rfiutarsi di crescere come dovrebbero. Ad alimentare il timore parole lontante nel tempo e nello spazio, quelle di SantoSpirito. E poi ci sono i blog. Le esperienze, quelle brutte soprattutto, delle altre ricercatrici mi condizionano fino a convincermi di soffrire anche io dello stesso male e della sorte toccata a loro.

Decidere di non leggere è una scelta coraggiosa, perché il bisogno di identificazione  e riconoscimento sfora i confini del buon senso. Ma devo impormelo. Perché ogni storia è unica ed io devo scrivere la mia.

sabato 17 ottobre 2015

La colonna sonora d'un sabato inadempiente

Un sabato qualunque, un sabato italiano

Il peggio sembra essere passato ma la stanchezza, quella no. Tiene in ostaggio i miei sensi, va a braccetto con inadempienza, apatia e noia.

Sono le cinque del pomeriggio, il letto è disfatto e Biagio ci dorme sopra, impunito, impertinente. I miei capelli necessitano di un lungo shampoo, le mie unghie d'un colore accesso, la mia casa d'una sistemata, il garage pure di una ripulita visto che s'è allagato qualche giorno fa.

Il caffè e il Kinder Maxi non hanno sortito gli effetti sperati, una delle poche volte in cui il combo zucchero - caffeina fallisce la sua missione.

Ho sonno ma non dormo, tanta voglia di fare ma non faccio.

Fisso l'orologio quasi serenamente. Inconsapevole, è evidente, della fugacità del tempo.

Come si cambia, per non morire

Intanto, per allietare una giornata grigiastra, Sister G. si diletta in attività dall'alto valore morale e scientifico: le prese per il culo. Nello specifico sta inviando foto di tal Emme Sardegna, un tipo conosciuto durante una vacanza, appunto, in Sardegna, che s'era preso una sbandata per la sottoscritta, nonostante un fidanzamento pluriennale. Il donzello era, per la verità, un bel manzo, all'epoca. Spalle grandi, tartaruga, occhio azzurro, labbra carnose. S'è trasformato in Renato Pozzetto e pare abbia una smisurata passione per la pesca, unico sport che, a quanto pare, sembra praticare al momento.

Non l'ho rovinato io, giuro. Non avrei mai avuto nulla da condividere con un truccatore anche se mi avrebbe finalmente insegnato come mettere il fondotinta senza sembrare un'attrazione del museo delle cere o Moira Orfei.

Ricordi fiorivan le viole

Facebook può essere crudele anche nelle buone intenzioni. Da qualche tempo, occasionalmente e, suppongo, senza criterio ti sbatte in faccia post datati uno o più anni fa, postati nello stesso giorno della data corrente.

Due anni orsono, per esempio, sembra io stessi facendo merenda con una bombetta alla Nutella seduta alla scrivania del mio vecchio lavoro. Il motivo per cui resi edotto il popolo social di quel fatto privo di interesse è ignobile, infantile: ingelosire, marcare il territorio. Con l'aiuto mefistofelico di Sister G., che mai si sarebbe sottratta a una collaborazione di bassa lega ma, ammettiamolo, assai divertente.

Non ha senso, comprenderete, essere viziate se poi non possiamo vantarcene sottintendendo al nostro vanto una manifesta superiorità, un potere che io esercito e tu no, perché a me compra la bombetta a te no. 

Donne, du du du, in cerca di guai

Le conseguenze di quel gesto superficiale e volutamente provocatorio non si fecero attendere e confermarono i miei sospetti: la mia bacheca veniva costantemente stalkerata.

Di positivo c'è che quel ricordo sbattuto in faccia con inappropriata tempistica mi ha fatto capire che da allora molte cose sono cambiate, si sono evolute e che nonostante adesso la situazione non sia per niente facile è, nel complesso, migliorata.

Non ho più bisogno di dimostrare a niente e a nessuno di essere sul podio per qualcuno.

Perché sul podio io mi ci sono messa da sola. E nessuno mi tirerà più giù da lì.



venerdì 16 ottobre 2015

Frustrazione e fattanza

Era partita bene e sarebbe finita pure meglio. Ma l'uomo propone e Dio o chi per lui dispone. Nel mio caso a distruggere i miei rigorosi piani è stata mia suocera che ha pensato bene di ammucchiarsi sulle scale all'una di notte mentre io, vedova bianca di marito assente, mi ero concessa il sonno riposante d'un pupo chiudendo miracolosamente gli occhi alle 10 e 30 in previsione di riaprirli alle 5, fare un'altra lunghissima fila al bonfratelli, portare a casa pap-test e tamponi, andare a lavorare e stramazzare al suolo stanca ma felice alle 10 della sera successiva, oggi.

Il citofono ha suonato due o tre volte. Il primo pensiero che mi è passato per la testa è stato è papà, è successo qualcosa a mamma. Col cuore fuori dal petto, le gambe molli e la faccia di cera bianchissima ho sbiasciato un chi è che sapeva di paura, lacrime e morte. Ho persino pensato e se fosse un ladro? sarebbe scemo a citofonare, più scema io a rispondere.

Era l'amico libanese. Il gigante buono che ciondolante e imbarazzato alla vista del mio pigiama verde acqua a fiorellini rosa e dei calzettoni di lana infilati alla meno peggio sopra il pantalone del suddetto pigiama, mi comunicava la nefasta notizia.

Di nefasto, in realtà c'era ben poco. E per fortuna, certo. Se non fosse che mia suocera stava come una zucchina. Fatta di gocce del nome oscuro, in evidente stato confusionale.

Facendo appello al mio buon cuore e all'immenso amore per mio marito mi sono occupata di lei, lasciandola dopo più di un'ora in preda a quello stesso sonno profondissimo e tronfio che aveva avuto così cura di togliere a me.

Manco a dirlo non mi sono riaddormentata che per le tre, quando in preda a dolori da ciclo ho pensato di rimandare le analisi a data da destinarsi.

La frustrazione di questa giornata è iniziata lì. Sì perché del ciclo, ora che sono quasi le otto di sera, non c'è manco l'ombra. Avrei avuto tutto il tempo di esporre, per l'ennesima volta, le mie grazie al vento. E se fossi rimasta a dormire il mattino dopo, fresca a risposata, avrei senz'altro scelto di tentare la sorte, nonostante la PMS in dirittura d'arrivo.

Ma non finisce qui.

Lungi da me equiparare un superficiale acquisto su Zalando al mio progetto di maternità ma quando il corriere, dopo aver tentato tre volte, è riuscito a mettersi in contatto con la sottoscritta per comunicarmi che non aveva trovato casa di mamma, non aveva, quindi, consegnato i miei fantastici stivali neri e, anzi, se ne stata pure andando rimandando l'incontro a lunedì, ho iniziato a comprendere dentro quale oscuro circolo di sfighe concentriche m'ero cacciata.

A lavoro, infatti, non è andata meglio. Quattro ore in solitaria. Dense, problematiche, pesanti. E la frase tanto il venerdì pomeriggio non succede mai niente che suona come una crudele presa per il culo.

Insomma sono senza analisi, senza stivali e c'ho pure la socera fattona.

Ma domani é un altro giorno. E vedi mpo'.

lunedì 12 ottobre 2015

Riti purificatori

Il tailleur di Mango e la blusa color champagne mi rendono austera e professionale, ritratto di efficienzta teteska mescolata a stakanovismo russo. Ma vorrei solo passeggiare sotto il sole tiepido e il cielo terso di Roma, magari in jeans. Oppure andare al mare, affondare i piedi nella sabbia fresca e umidiccia e meditare intorno al mondo e alla teoria del caos.

Non pensare a un cazzo, in sostanza.

Succede che un giorno ti svegli Miranda Priestley e quello dopo la prospettiva di nutrirti di brodo di pollo e vivin C ti sembra un buon compromesso per non andare a lavoro e restare sotto il piumone, sollazzata dal dio della nullafacìenza. E da Real Time.

Il week end dura solo poche ore per chi, come noi, si vede costretto a concentrare in due giorni scarsi quelle piccole, insidiose incombenze quotidiane che, per ragioni di tempo, non trovano spazio nei giorni feriali. Così il lunedì volteggia rapace sui nostri corpi dormienti appesantendo l'aria con l'alito nefasto dell'incompiuto e della sua inevitabile conseguenza: la frustrazione.

Sfido Leopardi a descrivere meglio quest'insofferenza malcelata, quest'apatia, questo rifiuto delle realtà e pure 'sta cazzo de cecagna.

Sforzarsi di iniziare bene a poco serve. Stamattina, per esempio, ho abusato del mio corpo, introrpidito dall'uso sconsiderato di carboidrati, grassi saturi e olio di palma, costringendolo a 15 minuti di cyclette, 50 squat, qualche sessione di addominali, stretching. Il tutto dopo un'abbondante colazione che prevedeva caffè ma NON nutella e mezzo litro d'acqua liscia mandata giù a forza, in preda a deliri purificatori che manco all'Opus Dei.

Sul bus, non paga, ho dato seguito alle mie virtuose intenzioni regalando un bagno di salute anche al mio cervello. Mi sono immersa, per la prima volta dopo lungo digiuno, in un libro vecchio, con le pagine e la copertina ingiallita ma il contenuto che, sempre uguale a se stesso, disegna scenari intricati in epoche lontante e luoghi sconosciuti. Il nome della Rosa, di Umberto Eco.

Nonostante il salubre ciclo mattutino che, in ogni caso, ho intenzione di ripetere, mi rode il culo. La mia capacità comunicativa è ridotta, resa complessa dalla lingua impastata, dai riflessi rallentati e da un discreto livello di sociopatia.

Sono staccata, disconnessa, inutile.

La verità è che per combattere il lunedì ci vorrebbe solo il mare. O un'altra domenica.

giovedì 8 ottobre 2015

Tordi e grilli

Non sono solita vantarmi ma posso affermare con discreta sicurezza di avere gli skills sufficienti per occupare la poltrona della Lorenzin, al Ministero della Sanità. Sono perfettamente informata riguardo orari, ricette, modalità, costi. Ho persino chiamato negnente chiedendogli una nuova prescrizione in luogo di quella che accorpava due esami e, forse, visto che ne ho fatto solo uno, mi avrebbe creato problemi in accettazione, al momento della registrazione e dell'oneroso pagamento.

Ho deciso di andare al bonfratelli il prossimo venerdì per Pap-test e tamponi, nella speranza di riuscire a far tutto entro mezzogiorno per iniziare in orario il mio turno di lavoro pomeridiano.

Quando a tordi e quando a grilli. Così si dice dalle mie parti e così, pare, si dica anche nel frusinate, terra natìa di Collega Enne. In sostanza significa quando troppo e quando niente ma, si sa, i burini adorano complicarsi la vita con metafore pastorali di dubbio gusto e non facile interpretazione.

Se fino a otto mesi fa la mia vita non poteva dirsi degna di quanto, nell'immaginario collettivo, ci si aspetterebbe da una trentenne iperattiva oggi nun so' a chi da er resto. Il lavoro pressa. Sbocaccio (alias il mio desiderio di maternità e pure, diciamolo, il mio orologio biologico) pure.

E' tutto un rifior di progetti a breve, media e lunga scadenza e si parla, come se i miei dubbi non fossero già abbastanza nebbiosi, di una possibile proroga di un anno. Un anno. E' tanto tempo, per me. E mi darebbe l'oppotunità di un contratto decente, sopra la soglia dello schiavismo.

Il rischio di fare la scelta sbagliata è duplice. Potrei fare bingo, è vero. Ottenendo malattia, maternità e tutele e sfruttando questi nuovi diritti per starmene 15gg a casa e sfornare un marmocchio, magari pure due. Potrei ottenere solo una delle due cose. Scegliere un anno di lavoro, carriera, successo e, soprattutto, sicurezza economica comporterebbe rinunciare, again, all'idea della FIVET. Ma scegliere di tentare subito la PMA significherebbe rinunicare al lavoro, definitivamente. E poi potrei perdere tutto, lavoro e speranza di diventare madre. Prospettiva suicida.

In cuor mio, in verità, già so cosa c'è sul podio. Ma ho paura, non lo nego, di perdere sicurezze, anche e soprattutto legate alla mia autostima, che ho conquistato a lacrime e sangue.

Ammonisco i miei fondati timori dicendo a me stessa che l'importante è fare un passo alla volta. Ma sempre in avanti.

Mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa.

domenica 4 ottobre 2015

All'inizio fu il sangue

Misteriose e temibili leggende aleggiano intorno al centro prelievi dell'ospedale capitolino più antico, specializzato, efficiente, centrale e impenetrabile: il Fatebenefratelli. Si narra di file interminabili e attese estenuanti, di gente soffocata dalla massa, inghiottita dal Tevere, diventata ologramma, costretta ad accoppiamenti multipli e simbiotici con la plastica rossa delle sedie della sala d'aspetto. Se volete fare le analisi al Fatebrenefratelli dovete alzarvi presto. Non presto come quando andate a lavorare, neppure presto come quando andate a pisciare il cane prima di andare a lavorare. Presto, piuttosto, come un volo Ryanair o, paragone più calzante, come i vespri mattutini dei monaci benedettini. La nostra sveglia, per intenderci, era puntata alle 4 e 40 del mattino, siamo partiti alle 5 e un quarto, arrivati alle 6. Eravamo terzi, così abbiamo potuto sperimentare il curioso fenomeno della metafila. Una fila per prendere i numerelli per fare un'altra fila. Una diavoleria.

Nonostante la pole position e la priorità concessami della curva glicemica, sono riuscita a consegnare in accettazione il pacco di ricette solo alle 8 meno 10 e per la prima volta non mi sono sentita in imbarazzo, osservata, compatita o fuori luogo visto che la stragrande maggioranza delle coppie era lì per il nostro stesso motivo: combattere l'infertilità.

Se non avete un cuor di leone la pma ve ne fornirà uno in comodato d'uso. Eppure quando ho visto le 10 ampolline vuote che avrebbero, di li a poco, ospitato il mio sangue denso, non ho potuto fare a meno di pensare alla mia pressione ballerina, tendente al collasso, e di chiedere alla suorina portoricana se fossero tutte per me. Sì - ha sorriso lei - e dobiamo far altre tres buchi ogi. Ma andrà todos bien!. Tutti sadici co' le vene dell'altri.

Un bicchierone di sciroppo di glucosio più tardi mi sono resa conto che avrei potuto sfruttare la stessa fila, la stessa priorità e la stessa alzataccia per fare tamponi e pap-test. Del resto l'immobilità tra un prelievo e l'altro, impostami dalla monaca, mi ha dato una buona scusa per giustificare l'armistizio concesso al mio corpo e alle mie finanze. Così dovrò tornare per una seconda trance. All'appello manca anche un ECG e un'ecografia mammaria. Ma ho tempo. Il prossimo appuntamento con Sboccaccio è fissato per il 16 dicembre e le analisi non saranno pronte che tra un mese.

Nel frattempo combatto come meglio posso l'ipocondria. Oltre agli evergreen, la paura del cancro e quella di aver contratto una gravissima malattia infettiva come epatite o HIV, il mio cruccio sono gli anticorpi anti-nucleo e l'insulinoresistenza. La coagulazione no, quella tanto è già una bella merda.

Insomma è tutto sotto controllo. Ora scusatemi, vado a prendere lo Xanax.

lunedì 28 settembre 2015

Il triangolo, sì

Sono passati tre anni e un mese. Era l'agosto del 2012 quando decidemmo di avere un bambino. Avevamo da poco festeggiato il nostro primo anniversario di matrimonio e il mondo, nonostante ci avesse già presentato il conto, ci sembrava un universo di aspirazioni e possibilità.

Sono cambiate tante cose. Siamo cambiati tanto pure noi.

Io sogno di meno e  faccio di più. Mi conosco meglio, credo in me stessa, sono affogata, sono rinata. Da sola.

Dalla tempesta non ne siamo ancora usciti e forse il cammino sarà ancora molto lungo, di sicuro è vero quel che si dice: non siamo più le stesse persone che ci sono entrate.

Questa mattina, per la prima volta, le mie aspettative hanno coinciso con la realtà. Una realtà che in cuor mio prevedevo da tempo, attendevo con ansia, poi con bramosia, poi con sottile rassegnazione. Fatalismo, quasi.

Lui, con la sua faccia tonda che somiglia a un pomodoro, mi ha atteso per la terza volta, like a boss, sulla sua sedia girevole

Allora che famo Principe'?

Abbiamo concluso insieme che il problema potrebbero essere le tube, stappate sì ma rovinate, forse. E che un par de intrauterine che, nel dubbio, non se negano a nessuno, sarebbero un dispendio di soldi, tempo e, soprattutto, energie che non possiedo giù.

L'avrà convinto la faccia smunta da notte insonne, l'occhiaia galoppante e l'occhio spento, non so. Di certo sentirlo dire se stai co l'occhio fisso a guarda' il soffitto prendemo sta decisione, adesso è stato consolatorio, come d'improvviso essere capita. Finalmente, cazzo. Finalmente.

Sarà FIVET.

E non sarà una passeggiata perché, ironia della sorte, pare io sia fin troppo fertile per una procedura medica così invasiva. Tanti follicoli, tanto rischio iperstimolo. Ma non ho paura. Sbocaccio è quello giusto.

I figli certe volte si fanno in tre. Comunque vada ora so che questa è la strada giusta. La persona giusta. Il terzo giusto.

domenica 27 settembre 2015

Il colpo basso della vigilia

Parlo poco e scrivo ancora meno. Più che il blocco della scrittura ho il blocco delle emozioni. Il mio psaico, se ancora fosse parte della mia vita, sono certa non approverebbe quest'ascetismo sentimentale. Ma è una comoda trincea e io mi ci sistemo dentro alla perfezione.

Non fosse altrimenti non sarei riuscita ad accusare un altro colpo che per, per la verità, è riuscito ad oltrepassare le barriere emozionali sconvolgendo i fragili equilibri quotidiani così faticosamente mantenuti nel mio bozzolo provvisorio.

Mia cognata aspetta il secondo figlio.

E la notizia è arrivata per vie traverse, ufficiose, fumose, ipocrite. Mio marito non ha avuto tatto nel dirmelo e io, esclusa da queste emozioni, ho trattenuto a stento le lacrime.

L'assenza di tempismo continua ad essere il leitmotiv della mia vita. Sì perché domani, lunedì 28 settembre, inizierà il mio percorso. Quello più duro. Incontrerò Sboccaccio, sarà il nostro terzo appuntamento. Dalla laparoscopia sono passati sei mesi, sei cicli, sei speranze sempre meno consistenti, sempre più fumose. Ed ora è tempo di decisioni.

Avrei voluto fare il pieno di energie e ottimismo ma la realtà m'ha sbattuto in faccia, ancora una volta, la mia diversità.

Guarda quanto devi faticare, Princess. Guarda invece com'è semplice essere normale. 

D'altro canto la scorsa settimana ho avuto conferma dei miei sospetti.

Quando tuo malgrado entri a far parte di una categoria impari a interpretare segnali per gli altri oscuri o poco rilevanti e riconosci i tuoi simili. Un po' come quando i cani s'odorano il culo, perdonate il paragone poco fine.

Sto parlando di Capetta che ha avuto la sua bambina a 40 anni, oltrepassando un inferno fatto di visite, analisi e referti nefasti. Nove fibromi, problemi tiroidei, una FIVET, nove mesi di riposo assoluto e, guarda un po', l'MTHFR mutato in omozigosi.

A suo modo ha cercato di farmi forza. L'ho apprezzato molto perché solo chi è nella tua stessa situazione può arrogarsi il diritto di entrare in punta di piedi nel tuo intimo e darti consigli.

Per la prima volta in tre anni di ricerca spasmodica e disperata sento le energie venir meno. E la voglia pure. Forse è solo l'ansia della vigilia che, inconsciamente, sto cerando di combattere con l'indifferenza e abbassando le aspettative. Forse sono davvero troppo stanca e troppo sola. Forse non sono pronta. Forse non lo si è mai.

martedì 15 settembre 2015

In vino veritas

Riccardo ha 36 anni e nessuna scusa. Se non quella di avere un'intelligenza emotiva un po' sopra la media che lo rende sensibile, vulnerabile e perciò incline alle autogratificazioni momentanee e dannose che i benpensanti chiamano, semplicemente, vizi.

Riccardo abusa di alcool. Quando beve diventa logorroico, un poco paranoico ma mai violento. L'alcool, soprattutto, non assopisce i suoi sensi ne rallenta le sue sinapsi.

Ci siamo incontrati in metropolitana, poi sul bus, infine gli ho dato un passaggio a casa. Abbiamo parlato di musica, teologia, fisica. Abbiamo parlato di me. Come quando parti da una voce a caso su Wikipedia e la sua fitta rete di collegamenti ti porta su una pagina già nota ma che non avresti mai pensato di raggiungere così.

Certo che ho la crisi della trentenne perché a trent'anni capisci di essere mortale, senti il peso del limite naturale del libero arbirtrio, fai i conti e impari, per certi versi, ad accettare le aspettitve disilluse dei tuoi vent'anni.

Che rimanga tra me, te e il cruscotto. Queste tue parole mi fanno capire una cosa. Non sei felice.

Hai mai consciuto qualcuno davvero felice?

A ben pensarci no. E chi si autoproclama felice mente.

La felicità è una folata di vento, una scarica fortissima ma fugace di adrenalina. Non dura. Non è fatta per durare. Quella è la serenità.

Io comunque sono stato felice, sì felice!, di aver chiacchierato con te stasera

Anche io. Ma bevi de meno Riccardì.

E tu stai serena, trent'anni sono pochi per rinunciare alle utopie. 

mercoledì 9 settembre 2015

La filosofia del fai-da-te

Di sicuro nella mia vita c'è solo che io la vita me la complico anche quando non sarebbe proprio utile, tantomeno necessario.

Svolazzo tra un desiderio e un altro e sebbene mi impegni per soddisfarmi al meglio sono anche perfettamente consapevole dei miei umani limiti così, visto che non posso inseminarmi da sola e nemmeno rendermi fertile, mi concentro su altri futili obiettivi. O fisse. As you wish.

Quello della panza a tavoletta, per esempio, tempra il mio carattere e la mia determinazione. Sono arrivata a mantere il Plank per due minuti, passati i quali mi abbandono al pavimento come la più lasciva delle meretrici, ansimante e sfinita ma soddisfatta e orgogliosa della mia prestazione.

Poi c'è l'affare divano che avevo quasi concluso. Tale Monica, salvata sulla mia rubrica col fantastioso nome di Monica Divano, pareva convinta. Stavolta a mandare in fumo la trattatativa ormai ultimata sono stata io, sempre un attimo prima di decidere orario e giorno del ritiro. Sarà destino. Collega Enne m'ha skyppizzata per dirmi che lo voleva la sua sister, in procinto di convivenza. Così ho dato a lei la priorità pensando che il detto prima i tuoi e poi gli altri se puoi potesse essere applicato anche alle sorelle delle colleghe, a discapito degli estranei e della povera Monica Divano. Ora son qui che spero nel rinculo dell'altruismo. Perché, sapete, la tipa in questione è per la verità un tantinello instabile, potrebbe lasciarmi col divano sul groppone, un accordo sfumato e un immenso rodimento di culo.

Ieri sera, intanto, ho iniziato a sistemare le mie gioie nell'apposito portagioielli da armadio. Ho fatto fuori più della metà delle scatole e sfamato in parte il mio istinto perfezionista.

Evidentemente, però, tutto questo trambusto, unito a 8 ore di lavoro e 3 di viaggio, non mi abbastava. Difatti mi sono prodigata per rimediare due bancali da mercato con cui costruire un tavolinetto da giardino da mettere a corredo del salottino da esterno, regalo di nozze, utilizzato rarissime volte. Per non spendere troppi dineri ho speso troppo tempo nella vana ricerca di una vernice spray bianca da applicare, alla buona, sul truciolato per poi scorpire che servirebbe anche un olio fissativo, una base, carta vetrata e diversi pennelli che non ho intenzione di acquistare.

Verrà fuori una cagata. Ma questo pare sia il bello del fai-da-te. Improvvsare e sperare nel miracolo. Non è manco troppo male come fisolofia di vita.

lunedì 7 settembre 2015

Il Q.I. del lunedì

Sto cercando di convincermi di essere una persona intelligente nonostante non sia stata in grado di regolare i miei ritmi sonno-veglia, col risultato d'essere stata dilaniata dall'insonnia con una sveglia al canto del gallo e una settimana lavorativa pregna di impegni vecchi e nuovi.

Al nervosismo, al cerchio alla testa e ai sensi ovattati s'è aggiunto l'intenstino gonfio e dolorante che magari con l'insonnia non c'entra una mazza ma con la margherita consumata voracemente un'ora prima di coricarmi sicuramente sì.

L'impresa motivazionale ha subito un'ulteriore battuta d'arresto quando stamattina, al bar, mi sono spalmata su entrambe le mani la nutella del cornetto. Erano così impiastricciate che non sono neppure riuscita a prendere la bustina di zucchero per il caffè. Fortuna che il barista s'è mosso a compassione e, senza che io chiedessi nulla, m'ha allungato due tovaglioli grandi di carta. L'ho ringraziato con la bocca piena perché essere considerata una deficiente non mi era bastato, bisogna sempre superare i propri limiti.

Collega Effe aka la mia Capetta è tornata dall'esilio (perchè dopo la terza settimana d'assenza non sono più ferie). Mi ha raccontato di Minorca, offerto un orzo. Poi ha preteso di essere aggiornata su tutte le attività svolte e in corso. Io, che sono poco tollerante ma assai diligente, ho cercato di farle entrare in quella zucca ricoperta da chioma leonina che è tutto sotto controllo. Tutti siamo utili, nessuno indispensabile.

Nessuna novità ufficiale sul fronte gara, solo chiacchiere da corridoio piuttosto ottimistiche e quindi, con buona probabilità, false.

Del resto io non so cosa sperare. Essere qui a Gennaio significherebbe aver conquistato un'invidiabile stabilità lavorativa e un contratto con qualche tutela in più ma vorrebbe anche dire aver rimandato, ancora, la FIVET, non avere nessuno in pancia e nella mia vita e morire dentro ad ogni ennesimo lieto annuncio di amici e conoscenti.

Forse è il caso che continui a sfogare la mia smania di controllo su armadi, cassetti e pulizie domestiche lasciando che gli eventi decidano per me e sperando che il fato sia un po' più clemente, stavolta.


sabato 5 settembre 2015

Cose della vita

Dopo cinque giorni di dieta e allenamento venerdì sera sono andata a cena da mia madre. Volevo evitare la solitudine indotta dall'ennesima assenza di mio marito. Ho mangiato una piadina e mezzo crudo e mozzarella e due fette di torta gelato. Perché sono una persona coerente e so resistere alle tentazioni.

Tornata a casa, quasi a mezzanotte, mi sentivo ancora sola e ho deciso di colmare il vuoto emozionale dando libero sfogo alla mia smania ossessivo compulsiva. Ho sistemato i vestiti nella cabina, l'intimo e gli asciugamani nei cassetti e ho acquistato d'impulso un portagioielli da armadio, questo qui:



La mia collezione di concaglierie si è arricchita d'una collana di coralli, un paio di orecchini color smeraldo con riflessi bluette, diversi medaglioni di diversi colori. Ho ritenuto fosse opportuno concludere l'era delle scatolette di varia natura e dimensione dando lustro, ordine e visibilità alla mia bigiotteria e liberando buona parte del secondo cassettone del comò.

Frattanto la telenovelas divano continua. Il prezzo di vendita è passato dal pretenzioso all'irrisorio. Ho ricevuto diverse offerte, tutte inconcludenti. Un acquirente ha rinunciato a trattativa ultimata, quando mancava solo l'accordo sull'orario di ritiro.

Sono cose della vita, vanno prese un po' così. Ingul.

La figa vera

Sono sempre stata carina. Tranne nel periodo preadolescenziale non a caso definito da mia zia scimmiesco. Non mi sono mai sentita una figa, nonostante i miei ragazzi si siano sempre prodigati per aumentare la mia autostima.

Ho lavorato e lavoro sulla mia bellezza. Perché una buona base ti garantisce la sufficienza ma gli ottimi voti te li devi sudare. Uso il mascara, i tacchi alti, qualche volta il push-up, mi piastro i capelli, sono a spesso a dieta, mi ammazzo di cyclette. Conosco i miei pregi e li valorizzo, conoscono i miei difetti ma non li nascondo, ci ironizzo su.

A trent'anni raggiungi un buon compromesso, impari a conoscerti, ti accetti.

Fino a quando non incontri lei: la figa vera.

Badate bene, per figa vera non intendo la ragazza di gomma, plateau, cerone in faccia e borsetta Chanel.

La figa vera è bella senza make-up e con le sneakers. Ha la terza naturale, il vitino di vespa, il ventre piatto, le chiappe altezza scapole. La figa vera non è un'oca. Ha una dialettica brillante, è sveglia, simpatica, intelligente, suona uno strumento, parla tre lingue, viaggia da sola, sa far di conto, danza sulle punte. Anche voi sapere fare tutto questo? Beh, lei lo farà meglio. Vi fregherà sempre. La figa vera è sicura di se ma mai superba, modesta ma mai accondiscendente, riservata ma mai timida.

Io di fighe vere ne ho conosciute un bel po'. Sono spesso passata dall'ammirazione allo scetticismo fino a nutrire concreto sospetto riguardo la loro autenticità.

Mi sono chiesta se davvero sono nate così o hanno solo lavorato meglio sulla loro buona base. Se anche loro hanno l'alitosi appena sveglie, il cagotto, il brufolo nel premestruo. Se anche loro fanno gaffe, cadono, sono sgraziate sul sampietrino col tacco 12. Se piangono per amore o ricevono cazziate sul lavoro. Se si sentono sole, inadeguate, brutte.

Quel che so è che le donne competono. Con gli uomini, con i colleghi, con le altre donne, con se stesse. E la competizione, quando non è malata, spesso le sprona, le migliora, le valorizza.

Ma con una figa vera non si compete e, soprattutto, la figa vera non si imita. Imitarla significherebbe arrendersi alla frustrazione, all'insoddisfazione. Significherebbe rinunciare alla parte migliore di noi, quella che ci differenzia e ci rende uniche: l'imperfezione.

giovedì 3 settembre 2015

Il Plank e il cardio (mancato)

La mia nuova fissa si chiama Plank ed è un'esercizio che, come molti altri, promette pancia piatta in quattro settimane. Minimo sforzo, massima resa.

Faccia in giù, ventre in su, gomiti a terra, equilibrio sulle punte dei piedi.
'nsomma sta cosa qua:



Si inizia con pochi secondi e si arriva a manternere la posizione per qualche minuto.

Completamente dimentica di essere parte e causa di un rapporto conflittuale con lo sport e digiuna di qualsivoglia nozione ginnica ho deciso di associare al Plank sessioni di addominali alti, bassi, laterali, squat e cyclette. Ero convinta che un solo esercizio non sarebbe bastato a combattere la panza botticelliana.

I primi giorni è andato tutto liscio. Ho creduto, persino, di avere un corpo atletico e reattivo. Poi l'acido lattico s'è svejato e ha invaso impuntemente ogni fibra del mio corpo rendendomi difficoltosa la camminata, la seduta, la tosse, la risata, lo starnuto.

Parevo 'na mummia.

Siccome però la raccomandazione, piuttosto scontata in realtà, delle fanatiche del Plank era di non saltare neppure un giorno di allenamento ho deciso di non cedere alle lusinghe della pigrizia e alla paura di fare la fine di Lisa Fusco e, impavida e determinata, ho proseguito avendo cura di eliminare qualche sessione di addominali di troppo e i canonici 20 minuti di cyclette.

Fiera dei miei modesti successi ho raccontato le mie peripezie sportive a Mr. Cospirazione che frequenta la palestra con assiduità due volte la settimana e segue un rigoroso piano di manetenimento fisico e potenziamento muscolare.

Ho così scoperto che l'addominale stimolato sotto uno strato di adipe non solo non serve a un piffero ma, a livello estetico, risulta addirittura dannoso perché accentua la forma circolare della panza.

Piuttosto converebbe andare a correre o, in generale, fario cardio.

Gasata dai piccoli risultati che, comunque, grazie a un'attività fisica moderata e incompleta ma costante ho raggiunto, avevo quasi deciso di accogliere il consiglio del collega e alternare o intergrare al Plank qualche esercizio aereobico o la corsa.

Poi però mi sono resa conto che la mia lista di buoni propositi non prevedeva anche un'incremento delle attività ginniche e che, tutto sommato, preferisco farmi gli impacchi di pappa reale sui capelli.

Sono certa che la mia antenata Sissi capirà.

mercoledì 2 settembre 2015

The SAD

Collega Enne è tornata. Agosto le ha lasciato in dote due nuove potenziali storie d'amore che l'hanno, per ora, tenuta lontana dal plurisposato A. Le nevrosi adolescenziali, però, non l'hanno lasciata e ad ogni vibrazione del Nokia sobbalza sulla sedia girevole come in preda a convulsioni da tarantella salentina. A corredo Baglioni in sottofondo con Tu come stai. Facciamo un salto alla macchinetta e poi andiamo a tagliarci le vene tutti insieme. Sì.

Fortuna che Mr Cospirazione si è palesato in orario facendo capolino dalla porta col suo ciuffo tinto di fresco e ha iniziato a parlare di depurazione delle acque, filtri e controlli sulle sorgenti.

Era meglio Baglioni.

Il cazzeggio da ripresa in sordina, avrete immaginato, prosegue inesorabile. Le vere attività riprenderanno solo la settimana prossima e io alterno iperattività a pigrizia, sessioni di squat e addominali a bivaccamenti sul divano, insalate deprimenti a paccheri alla crema di funghi.

Le mie altalene comportamentali oscillano impazzite, mosse dalla mano invisibile che fa il paio a quella dell'economia. Passatemi la battuta da azionista.

Se non pensassi a catastrofi imminenti andrebbe tutto molto meglio. Meglio ancora se riuscissi a dormire bene. Per non parlare dello stato di grazia di cui potrei beneficiare se non pensassi proprio a niente o continuassi a restare fedele alla mia nuova filosofia di vita che prevede una rivisitazione manco troppo avveniristica del chi vuol esser lieto sia, di doman non c'è certezza di Mediciana memoria.

Sono così stupita e arrabbiata con me stessa per questo passo di gambero che ho deciso as usual di imputare negatività, apatia, ansia, sbalzi umorali, insonnia e irritabilità a qualche misteriosa forza esogena fuori dal mio controllo: la depressione stagionale.

Il Dottor Google ha confermato la diagnosi ma da quando ho coscienziosamente deciso di interrompere il rapporto fiduciario col suo algoritmo non do più per oro colato tuto quello che leggo. La paura che non sia solo un periodo ma una vera e propria regressione mi indispone e, al contempo, mi sprona.

Vorrei che qualcuno, qualcosa mi risevegliasse dal torpore degli ultimi giorni. Poi gnente mi guardo indietro penso che quel qualcuno sono io e quel qualcosa me lo devo conquistare.

lunedì 31 agosto 2015

La prova e il mantra

Quando cerchi un figlio che ha perso la via del tuo utero impari, per spiriro di sopravvivenza, a riconoscere la potenzialità imbarazzante di certi appuntamenti fissi cui devi presenziare.
Pranzi di famglia, amici che non vedi da tempo, neoappanzate che muoiono dalla voglia di infierire sul tuo ventre piatto con frasi inopportune, cermonie.

Battesimi e matrimoni godono, per loro stessa natura, dell'ex aequo sul podio.

Dopo tre anni riesci a mantenere un invidiabile aplomb inglese mentre le budella ti si aggrovigliano. Il lacrimotto che allo stato embrionale ti ingolfa la gola non riesce più a far vibrare le corde vocali rendendo la voce instabile e traballante.

Il sollievo d'aver schivato un altro colpo basso svanisce quando qualche idiota più caparbio di altri insiste sullo stesso argomento, approfittando d'una falla nel tuo comportamento, d'un tono sbagliato, d'uno sguardo assente. Così quella frase bannata dalle infertili di buona speranza inizia il suo inarrestabile tichettìo, pronta ad esplodere col suo immenso potenziale distruttivo, letale.

Non posso avere figli.

Ho resisitito, ancora. Anzi, ho fatto di meglio. Ho affrontato un grande, piccolo, meraviglioso e terribile nemico. Quella terza figlia dell'amico A. che credevo spettasse a me, di diritto. Porta il nome d'una principessa e mi adora. Lei che sono infertile non lo sa, che darei qualsiasi cosa per essere madre non lo sa, che è stata una prova non lo sa. S'è limitata a sorridere beandosi delle mie attenzioni.

L'energia che questo nuovo lavoro mi ha restuito si sta affievolendo e questa mattina quell'orribile senso di vuoto è tornato a riprendersi buona parte della me che stimo, adoro, compiaccio.

Mi sento sola. E faccio fatica.

L'ennesima ripartenza settembrina mi spaventa. Un po' come il nuovo anno. Non voglio avere aspettative ma non posso fare a meno di pensare al prossimo appuntamento in clinica, al percorso che un po' bramo un po' scaccio e che mi attende lì, alla fine d'un viaggio introspettivo durissimo che mi ha reso più forte ma anche più consapevole, più matura ma anche più insofferente.

Più egoista. Più me.

Con qualsiasi mezzo, basta che funzioni è il motto che ho eletto a mia rappresentanza all'inizio di quest'anno. Me lo ripeto a mo di mantra, non posso farmi sfuggire proprio adesso quello che, così faticosamente, sono diventata. Non posso rimandare un sorriso a domani, non posso rinunciare ad essere felice.  

lunedì 24 agosto 2015

Ne resterà soltanto uno. E sarai tu.

Oh donne infertili,
oh voi bramanti d'ormone,
oh nemiche del Lines

in verità in verità vi dico,

che laggente figlia. Alla stregua de un roditore co' la lussuria
che la percentuale de appanzate in età fertile cresce vertiginosamente
che il fiorente seme della vita becca tutte, ma proprio tutte.

Tranne te, tranne te, tranne teeeee.

Sì, Fabri Fibra ce l'aveva con noi.

Uno pensa di averci fatto l'abitudine alle liete notizie dell'altri. E invece no. Sono colpi allo stomaco. Invidie acide da mandar giù col Gaviscon advanced. Robe che rovinano la giornata, pure la settimana. Tarli che  magnano i pochi neuroni rimasti vivi dopo le pere d'ormoni, la passera in mostra, le seghe negli sgabuzzini delle cliniche, i Cleenex bagnati di trucco e sale.

Il giochino del relativismo non funziona più. Non dopo tre anni, tondi tondi, di imprecazioni e speranze buttate a mare. La corazza traballa, tentenna, certe volte persino cade con un tonfo sordo e pesante. Pestandovi i piedi e la dignità.

E come se non aveste imparato la lezione permeate il vostro intero vissuto di negatività e cupezza. Il nero torna ad essere dominante nelle vostre giornate. Il nero lo vedete nel rosso del sangue che non volete ma che torna sempre, indifferente alle preghiere che manco gli fate più, beffardo, testardo. Stronzo.

Ma la bandiera bianca quella no, non la issate. Non ancora. Non è finita fino a che non è finita.

Un giorno questo vuoto sarà riempito, un giorno quest'inadeguatezza sarà forza. Un giorno sarete invincibili.
Un giorno Highander ve farà 'na pippa.